Addio a Kenzo Takada, maestro del “Flower Power”

Parigi ha amato subito il designer giapponese Kenzo Takada, divenuto negli anni Settanta, maestro del Flower Power, gli stampati floreali che lo stilista mischiava in un’esplosione di colori alle fantasie camouflage.

Un amore nato fin dal 1965, anno in cui il giovane Kenzo, quinto di sette figli, nato nel 1939 nella prefettura giapponese di Hyogo, decise di stabilirsi nella Ville Lumiere, dopo il diploma preso nella scuola di moda Bunka Gakuen, a Tokyo, che aveva appena aperto agli uomini. Parigi stregata dalla magia colorata di Kenzo, gli aveva aperto subito le porte delle sfilate, primo stilista giapponese a conquistare le passerelle parigine, in un’epoca in cui i nomi in calendario erano Pierre Cardin, Dior, Chanel. A Parigi Kenzo ha vissuto e lavorato ed è morto all’età di 81 anni, spegnendosi all’ospedale di Neuilly-sur-Seine a causa del Coronavirs.

L’inizio della carriera ufficiale di Kenzo è nel 1970, anno in cui presenta la sua prima collezione nella Galerie Vivienne, ma non prima di aver collaborato con la maison francese Feraud e con la rivista Jardin des modes. Grazie al successo ottenuto, Kenzo sarà in grado di aprire la sua prima boutique Jungle Jap.

Da lì a poco una modella vestita Kenzo apparirà sulla copertina di Elle. Nel 1971 le sue collezioni vengono presentate a New York e Tokyo e l’anno seguente il designer otterrà l’ambito riconoscimento Fashion Editor Club of Japan. Il culmine del successo è negli anni Settanta. Nel 1978 e nel 1979 le sue spettacolari sfilate di moda sono tenute nel tendone di un circo e terminano con la sua entrata in scena sul dorso di un elefante. Contemporaneamente l’eclettico Kenzo realizza costumi per il teatro e per il cinema, in particolare per Rêve après Rêve del 1980.
Nel 1977 lancia una linea per bambini. Nel 1983 arriva una linea di abbigliamento maschile e dal 1998 firma una licenza per i profumi. La fragranza di maggior successo è senz’altro Flower by Kenzo, lanciato nel 2000. Dal 2001 seguono prodotti per la cura del corpo, sotto il marchio Kenzoki. Ma il marchio non appartiene più allo stilista che lo ha venduto nel 1993 al gruppo del lusso francese LVMH, rimanendone direttore creativo fino al 1999, sostituito dallo stilista scandinavo R.Kreiberg.

Kenzo annuncia il suo ritiro dalle scene della moda nello stesso anno in cui lascia la direzione creativa del marchio da lui fondato. Nel 2002 riapparirà sulle scene come interior designer lanciando una linea di complementi d’arredo e mobili.

Attualmente alla guida creativa della maison è il designer portoghese Felipe Oliveira Baptista, direttore creativo di Kenzo dal 2019, succeduto al duo Carol Lim e Humberto Leon. Nella sua ultima sfilata a Parigi di pochi giorni fa hanno colpito i cappelli-zanzariera protagonisti della nuova collezione SS 2021 donna e uomo. Un presagio, o forse soltanto una forma di richiamo al proteggersi dal virus anche con l’abbigliamento. Ma lo stilista deve aver pensato ad un’ alternativa alle mascherine, divenute essenziali alla sopravvivenza del genere umano in epoca di pandemia. Certo, i suoi cappelli a falde larghe, da cui partiva il tulle fino ad arrivare a coprire anche le gambe, se non avranno l’efficacia protettiva dal virus delle mascherine chirurgiche, creeranno comunque distanziamento sociale e risulteranno un’ottima barriera contro le noiose zanzare.

“Non ho mai iniziato una collezione con così tante domande di fronte a me – scriveva lo stilista nel descrivere le sensazioni che lo avevano ispirato, mentre Kenzo Takada lottava con la malattia in ospedale – e così tanti sentimenti contrastanti su presente e futuro. Sicuramente nessuno si può aspettare risposte lineari alla situazione attuale. Il mondo è perso e tutti devono provare a ritrovarvi una sorta di senso (e possibile ordine).

Come si può definire e cercare di dare risposte a una realtà che nessuno comprende o capisce appieno? Come si possono trarre conclusioni da una situazione ben lontana dal terminare e le cui conseguenze sono impossibili da prevedere? Il mondo è malato, il mondo sta sanguinando, ma è ancora vivo. E finché c’è vita c’è speranza. Una risposta ottimistica deve venire con un certo grado di pragmatismo. Dunque, come procediamo da questo punto? Come voltiamo pagina? Come possiamo aiutare la gente? Farla sognare? Darle speranza e allo stesso tempo alleggerirle la vita”.


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