Assistenzialismo e aria fritta

Il Programma nazionale di riforma che il ministro dell’Economia sta preparando, per dimostrare all’Unione Europea che l’Italia intende spendere bene i fondi che le verranno erogati con il Recovery Fund (Fondo del rilancio) e quelli collegati, purtroppo in parte è aria fritta, in parte è minestra di sinistra riscaldata, con molta retorica e poche novità rispetto all’andazzo burocratico e giustizialista dall’epoca Monti in poi, dei governi a guida Pd e rispetto all’assistenzialismo praticato con reddito di cittadinanza e bonus clientelari.

Ci si aspettava un piano per gli asili nido, per i ricoveri per gli anziani, per la nuova edilizia scolastica. Invece di mere affermazioni femministe di parità di genere, ci si aspettava una indennità per le casalinghe che non hanno abbastanza per vivere e non hanno diritto alla pensione. Si promette un piano di investimenti per fare ripartire le opere bloccate, ma con un complicato decreto di semplificazione che non consente di aprire i cantieri nel 2020, mentre basterebbe adottare il metodo commissariale del Ponte Morandi. Inoltre, una bozza di piano che non sia un libro dei sogni dovrebbe contenere l’elenco delle opere che si intendono sbloccare, il loro costo, la data probabile di inizio lavori. Ciò avrebbe un immediato effetto positivo per l’industria edilizia. È essenziale chiudere la controversia con Autostrade per l’Italia e quella sui collaudi delle opere già fatte. Il rilancio del triangolo Liguria, Piemonte Lombardia ha bisogno di alcune opere urgenti di collegamento del porto di Genova-Savona con l’entroterra. Il Mezzogiorno, incluse le isole, ha bisogno di alcune opere ferroviarie e stradali che sono urgenti e di cui si vorrebbe l’elenco per controllare che ai propositi segua l’esecuzione. Serve il progetto Tav dalla Spagna a Kiev.

Invece che dire che si vuole «l’economia verde», servirebbe la conversione dell’Ilva ai forni elettrici che l’Europa è disposta a finanziarie. Occorre il piano operativo per la rete elettronica terrestre e aerea, indispensabile per l’economia digitale.

L’altro capitolo mancante è la riforma del mercato del lavoro: bisogna rimettere i contratti di lavoro flessibili tipo legge Biagi, consentire quelli regionali e quelli di produttività.

Il «piano di rilancio» dà il peggio di sé nella parte fiscale, la Waterloo della sinistra italiana e dei 5 Stelle che conoscono soprattutto la «caccia all’evasore», considerato come animale da cattura. Il no ai condoni è assurdo, quando ci sono catastrofi o pestilenze. La riforma fiscale che serve deve basarsi su una Irpef trasformata in flat tax affiancata da un moderato contributo sanitario regionale progressivo e, per gli alti redditi, da un contributo di solidarietà. Essa va adottata a tappe, a cominciare dai fitti degli immobili commerciali e dalla possibilità di applicare l’imposta sulle società a tutte le imprese, consentendo il conferimento ad esse degli immobili personali dei loro titolari in esonero da imposta di registro. Flat tax per i contratti di produttività, per i lavoratori delle imprese in crisi, per le partite Iva sino ad un certo importo. E per il lavoro giovanile con aliquota ridotta.

La lotta all’evasione si fa col controllo dell’uso dei registratori di cassa e delle ricevute e col principio che il fisco crede alla contabilità Iva e commerciale solo sino a prova contraria. E mettendo in ordine la rete dei pagamenti elettronici. Le imposte si pagano per i servizi pubblici, non per il burocratismo, il giustizialismo, la vessazione del contribuente.



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