Aurelio Picca narra più gran criminale di Roma

Per molti versi questo è il libo più vero di Aurelio Picca, quello in cui ci sono lacrime e sangue e non ci si risparmia sulla forza dei sentimenti, positivi o negativi che siano. E tutto questo, diciamolo subito perché è il pregio del libro, vive nella scrittura che dà appunto vita al racconto, con urgenza, violenza, calore, concretezza materica iper-realista sino a non sembrarlo più e farsi espressionista, e, in alcuni momenti, lirico-elegiaca, con quella vena nostalgica per gli anni sventati giovanili del protagonista letterario e io narrante Alfredo Braschi, che vive oramai nella pensioncina Miralago ad Albano. Alla sua età sente che è venuto il tempo di regolare certi conti del passato e agisce in questo senso, soprattutto raccontando assieme la Roma che, dalla vitalità d’ogni tipo degli anni ’60, arriva ai nostri anni grigi e indifferenti e lo fa attraverso la rievocazione e ricostruzione dell’amicizia e la complicità per una vita con Laudovino De Sanctis, il criminale del titolo, personaggio reale della mala romana detto Lallo lo zoppo per via di una gamba più corta per una malattia, il quale, dopo che si sono appena conosciuti, gli regala una Ferrari Daytona, frutto probabilmente di una rapina. Lallo è figura che andrà collezionando sette assassinii, quattro sequestri, compreso quello celebre del 1981 che finì con la morte dell’ostaggio, il re del caffè Giovanni Palombini, oltre una decina di condanne, segnate poi da due evasioni avventurose.

   Il lungo monologo di Alfredo è spinto dall’urgenza diciamo sentimentale di chi non ha più nulla da perdere e da una più concreta, legata ai due drammi relativi all’amatissima figlia Monique che lo hanno davvero segnato: la decisione di volere uccidere il porco che abusò di lei e di farlo con l’arma di ottone con cui suo padre macellaio uccideva i vitelli. La forza di Picca, che si, ci immerge in questa realtà è quella di riuscire alla fine a darle una valenza esistenziale che supera la cronaca e fare di quegli anni e quelle persone vitalistiche, perse, alla ricerca di un senso disperato e un valore materiale per le proprie vite, un percorso di passaggio, comunque di crescita, che comunque non assolve, con quanto anche di delusione e rimpianto questo comporta. Un romanzo d’azione, quindi certamente, ma a modo suo un romanzo di formazione individuale e corale, di una città. E’ anche lei una protagonista di queste pagine, con la sua vita quotidiana, i suoi luoghi, ed è quella che Picca aveva già ritratto anche in ”Arsenale di Roma distrutta”, scintillante e livida, plebea e maestosa, madre e meretrice, pura e criminale, sempre oscena che da sempre cade e risorge, muta e cresce.

   Due protagonisti diciamo con una loro morale, di cui anche nell’assenza di pietà lo scrittore riesce a farci cogliere un’umanità vera. Quindi una lettura che appassiona, racconta di trattorie, esaltazioni, piani criminali, azioni feroci, serate indimenticabili e con al centro, anche in quelle esistenze macchiate di violenza e sangue, dei sentimenti e soprattutto l’amore, il vero amore che è sempre uno nella vita, sia per Alfredo che per Lallo. E il racconto procede tra avanti e indietro tra cronaca e momenti quasi visionari, tra racconto e inserimento di documenti, da stralci di verbali a perizie, da atti processuali a articoli di giornale, con un’impronta noir, ma vera, non edulcorata da indagini di polizia, come fondo che bisogna aver toccato per poter rinascere, per salvarsi nonostante tutto. Per questo, sia l’io narrante, sia lo scrittore vero, è come si rispecchiassero in Lallo e la cronaca della sua carriera per misurarsi con se stessi.


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