Cacciatori di cluster in campo per isolare e tracciare i contatti

Non si sa ancora se ci sarà una seconda ondata dell’epidemia, ma è certo che dovremo imparare a convivere con i focolai, come quelli di Mondragone e Bologna. È la sfida della fase 3. Gli esperti sapevano che con la fine del lockdown sarebbero arrivati i colpi di coda del virus. Li aspettavano, pronti ad individuare e a circoscrivere i cluster per impedire che dalle braci di un incendio non ancora domato le fiamme riprendano vigore.

Un fenomeno previsto, che non crea particolare allarme tra gli epidemiologi, ma che è necessario saper gestire. Adesso che il virus è in ritirata, ci sarà sempre più da tenere a bada questi piccoli o grandi campanelli d’allarme che nasceranno da nord a sud. È il compito dei cacciatori di focolai, una figura determinante per contenere l’infezione ora che abbiamo ripreso la vita di sempre. Una sorta di investigatori, in grado di tracciare la catena di eventuali contagi per bloccarli prima che dilaghino. Perché gli con asintomatici il virus cammina lento, ma cammina, e se questi non vengono intercettati prontamente possono infettare tantissime persone dando appunto luogo ad un cluster di malattia, soprattutto in particolari contesti lavorativi in cui il distanziamento non è garantito.

La app Immuni lavora in questa direzione e ha già permesso di rintracciare i contatti di persone positive, ma per adesso è stata scaricata solo da 3 milioni e mezzo di cittadini, non abbastanza affinché sia un efficace strumento di tracciamento. Quindi ci si continua a muovere con il vecchio metodo, a partire dalle segnalazione dei medici di famiglia e dagli screening sui contatti. Quando si individua un focolaio gli addetti al controllo dei dati si mettono in moto, telefonano a tutti coloro che hanno avuto a che fare con i soggetti positivi ricostruendo la catena dei contatti, prima nei luoghi di lavoro, poi in famiglia, e i loro spostamenti, con vere e proprie inchieste che hanno lo scopo di definire il contorno del cluster. Vengono effettuati i tamponi a tappeto e i positivi asintomatici sono subito isolati e controllati a distanza. I casi vengono anche studiati per conoscere la loro carica virale e capire quale ruolo possono aver avuto nella diffusione dell’infezione. La quarantena scatta per i positivi e per tutti i contatti più stretti. Fino all’istituzione, nei casi più gravi, di zone rosse circoscritte.

Il controllo dei focolai procede sulla capacità tecnico-organizzativa dei sistemi regionali e del sistema sanitario nazionale, ma anche sulla responsabilità dei cittadini, che oltre a continuare ad avere comportamenti consapevoli e a portare le mascherine nei luoghi affollati, devono collaborare se necessario per aiutare a ricostruire la catena dei contatti di chi è stato trovato positivo. Perché il rischio, in questa fase, è che la paura di doversi nuovamente isolare, giochi brutti scherzi e renda le persone meno disponibili a raccontare di aver avuto incontri ravvicinati con potenziali infetti.

Il ministro della Salute, Roberto Speranza invita alla cautela: «I piccoli focolai segnalati nelle ultime ore ci dicono che la battaglia non è ancora vinta e che serve gradualità e prudenza nelle prossime settimane». Il virologo dell’Università di Milano, Fabrizio Pregliasco, teme che il virus alla lunga possa sfuggire di mano: «Dobbiamo essere rapidi a individuare e spegnere gli incendi». Finora il sistema ha funzionato e i focolai sono stati contenuti. Per il futuro, consiglia Pregliasco, serve ottimismo ma anche prudenza.



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