Caro Di Maio, basta silenzi su Hong Kong

Caro Luigi Di Maio,

il suo silenzio su Hong Kong, quello del premier Giuseppe Conte e di tutto il governo giallorosso è tanto assordante quanto sconsolante. E a trarvi d’impaccio non bastano le soppesate considerazioni del suo vice Manlio Di Stefano sui «modi» sbagliati di Pechino. Mentre Lei tace la Cina fa carne di porco dei trattati che 23 anni fa le garantirono la sovranità su Hong Kong. E non ci dica, La prego, che la prudenza, nonostante i 370 arresti di ieri, resta un obbligo. In altre occasioni Lei è stato molto più sollecito nell’indirizzare plausi quasi servili a una potenza comunista prontissima – dopo averci trasmesso il coronavirus – a prenderci in giro con il palliativo, politicamente interessato, di qualche mascherina a buon mercato.

Con quei precedenti, a cui s’aggiunge la sconsiderata adesione al Memorandum della Via della seta e ai progetti G5 marchiati Huawei, spendere due paroline su Hong Kong non era un’imprudenza, ma un preciso dovere. Anche perché il diktat di una legge sulla sicurezza affidata all’approvazione dei docili delegati comunisti dell’Assemblea del popolo di Pechino anziché al Consiglio legislativo di Hong Kong bastavano a fare comprendere le intenzioni cinesi.

Una legge che affida al potere politico la nomina dei giudici chiamati a comminare pene fino all’ergastolo a oppositori sbrigativamente accusati di terrorismo, tentata secessione, attività sovversive e collusione con potenze straniere è chiaramente una legge liberticida. Con quel decreto Pechino cancella il principio cardine di «uno Stato, due sistemi» con il quale si impegnava a garantire a Hong Kong il rispetto dello stato di diritto fino al 2047 e lo sostituisce con l’autoritarismo comunista.

Questa spregiudicata abiura di un trattato internazionale rende ancora più inquietante il suo silenzio e quello dell’esecutivo. Un ministro degli Esteri e un governo possono anche difendere la necessità di accordi con la Cina, ma hanno il dovere d’indignarsi se il presunto partner dimostra tutta la sua inaffidabilità. Tacere davanti all’evidenza diventa, in quel caso, inaccettabile complicità.

Anche perché la Cina pronta a calpestare i trattati su Hong Kong può, allo stesso modo, ignorare e ribaltare eventuali intese sottoscritte con l’Italia. Anche perché non ci misuriamo con dei campioni della democrazia e del diritto. La Cina per cui Lei, signor ministro, è abituato a spellarsi le mani è la stessa che nel 2017 ha lasciato morire in prigionia il premio Nobel per la Pace Liu Xiabo. La stessa in cui il presidente Xi Jinping si è auto-proclamato presidente a vita. La stessa che grazie al controllo politico dell’Organizzazione mondiale per la sanità ci ha nascosto un’epidemia costata, fin qui, oltre 500mila vite. La stessa che significativamente affida ai generali la sperimentazione di un vaccino inteso non come strumento di cura a disposizione dell’umanità, ma come nuova arma di ricatto internazionale.

Ma è soprattutto l’espressione ricca e potente di un pensiero comunista abituato a ribaltare con la forza le condizioni accettate quando di quella forza non disponeva. È successo nel trattato con Londra su Hong Kong, ma anche in Africa dove la Cina entrata in punta di piedi è oggi potenza coloniale egemone. E lo stesso dicasi per un porto greco del Pireo trasformato in avamposto cinese del Mediterraneo.

Un destino che potrebbe toccare anche ai nostri porti e alle nostre reti di comunicazione se Lei e i suoi deferenti colleghi di governo continuerete piegare la testa e a tacere.



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