Così la sinistra pianificò l’assalto al Cavaliere

Era l’estate di sette anni fa, quella del 2013, e in un pomeriggio afoso, nella Roma agostana semideserta, la berlina presidenziale, con al seguito auto di scorta e corazzieri motociclisti, si fermò davanti al civico di via Bruno Buozzi ai Parioli, dove ha lo studio il noto penalista, Franco Coppi, che assisteva Silvio Berlusconi nel processo per frode fiscale in cui è stato condannato e che provocò la sua decadenza da senatore. Erano le giornate che seguirono la sentenza. Dall’auto scese proprio l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che salì al piano dello studio del principe del Foro. L’argomento da trattare era alquanto delicato: l’ipotesi della grazia per l’ex premier e leader di Forza Italia, nonché in quel momento uno dei garanti del governo di Enrico Letta. Ci fu una discussione in punta di diritto tra il presidente e il legale, addirittura fu esaminato anche il testo di una possibile richiesta di grazia. Ma già in quell’occasione si materializzò un macigno, che avrebbe bloccato la trattativa: Napolitano era pronto a concedere la grazia, ma pretendeva da Berlusconi un ritiro ufficiale dalla politica. Così quel provvedimento di clemenza che, normalmente, è esaminato sulla base di una valutazione giuridica, fu analizzato con le logiche della politica e presentato con le sembianze di una resa. Più o meno come il «vae victis», il guai ai vinti, pronunciato da Brenno ai romani sconfitti. Di fatto, una parola «fine» sulla presenza del Cav nella vita pubblica del Paese, naturalmente, per «disdoro», che l’ex premier, per storia e per carattere, non avrebbe mai potuto accettare. Tanto che, come Marco Furio Camillo si ribellò ai barbari, Berlusconi si oppose a quella fine ingloriosa, una vera e propria pietra tombale per silenziare la congiura di cui era stato vittima, e preferì alla fine scontare la pena ai servizi sociali come volontario a Cesano Boscone.

Forse per capire quanto avvenne sette anni fa, prendendo a prestito il metodo «induttivo» della filosofia antica, bisogna proprio partire da qui, da questa singolare trattativa, tra un capo dello Stato, che avrebbe dovuto essere il garante nello scontro tra «politica» e giustizia e, invece, si rivelò come il capo di una delle fazioni in campo. Perché in quell’occasione, la giustizia per come è amministrata nel Belpaese, si rivelò nella realtà per ciò che era: l’arma con cui si combatte la politica in Italia. Solo così si può capire perché un provvedimento di clemenza sia stato utilizzato come strumento di pressione nel tentativo di strappare al «nemico» una dichiarazione di resa incondizionata. In questa luce si comprendono meglio anche le dichiarazioni del giudice Amedeo Franco, relatore nel giudizio di Cassazione contro l’ex premier, contenute in una registrazione resa nota dal Riformista, in cui il personaggio parla «di sentenza che faceva schifo… di vicenda guidata dall’alto». Del resto questo fu l’epilogo di una guerra iniziata molti anni prima, con l’«operazione» che portò alla crisi del governo Berlusconi, argomento di una ricca bibliografia internazionale (basta leggere gli scritti dell’ex segretario di Stato di Obama, Timothy Geithner, o dell’ex premier spagnolo Zapatero). Ma a parte le cancellerie europee, le grandi lobby, la vera battaglia, la guerra, fu combattuta nelle procure e nelle aule dei tribunali. Berlusconi, infatti, è stato il bersaglio più illustre di quel triangolo delle Bermuda – che mette insieme il carrierismo dei magistrati, la politica e i processi, simbolizzato dal Csm che ingoia le sue vittime, insieme allo Stato di diritto e alla democrazia. Un meccanismo che va avanti da quarant’anni e che solo oggi ha portato Ernesto Galli della Loggia a puntare l’indice contro le logiche politiche della magistratura o il dott. Luca Palamara, appena espulso dall’Anm, ad esprimere qualche dubbio sulla correttezza dei processi al Cav: «È un tema da approfondire».

Perché si può pensarla come si vuole ma la Storia politica del nostro Paese negli ultimi trent’anni è stata cadenzata da avvisi di garanzia, Pm, azzeccagarbugli, processi e sentenze. Ed è un conto essere sconfitti in guerra come Napoleone a Waterloo e da un Referendum come il Re d’Italia, un altro da carte bollate, toghe e sentenze: questo avviene solo nei regimi, comunisti o fascisti poco importa. Un «triangolo» che dà luogo ad una perversione: un pezzo di politica utilizza un pezzo di magistratura, e viceversa, per governare o condizionare il Paese. Una verità, a questo punto, talmente plateale, per cui anche la Commissione d’inchiesta sull’uso politico della giustizia avrebbe un compito facile, visto che c’è ben poco da scavare. «C’è già la prova osserva Guido Crosetto, di Fratelli d’Italia che una parte della magistratura italiana utilizza gli strumenti spropositati che gli abbiamo dato, per uccidere politicamente i suoi nemici o di qualcuno più in alto». «È una situazione spiega il vicesegretario della Lega, Fontana per cui il Parlamento è diventato un postaccio, le elezioni contano niente e ancor meno la democrazia». Fin qui l’opposizione, ma anche sul versante della maggioranza c’è chi ammette che la misura è colma. «Non si può far finta di niente dichiara Matteo Renzi -, bisogna capire quanto è avvenuto. Lo dico anche da solo nella maggioranza, anche se Zingaretti, che sente Berlusconi due volte al giorno, non dice niente». «Se non si mette in discussione il principio dell’autogoverno della magistratura confida il piddino, Piero Fassino non se ne esce: quelli governano me e si governano in quel modo».

Appunto, la misura è colma. Anche perché tutti, prima o poi, si tratti di Berlusconi, di Salvini, di Renzi, possono diventare bersagli. Nei giorni scorsi c’era un parlamentare del Pd che raccontava addirittura le voci sui guai giudiziari di Zingaretti. Come pure si parla di inchieste sul rapporto tra 5stelle e Cina. «A quel punto osserva uno dei dominus della politica di oggi anche loro capiranno». Già, perché ormai la politica si fa con l’arma della «giustizia». E quel che avvenne in quegli anni è un monito per tutti. «Ma vi pare ricorda oggi Giorgio Mulè – che un capo dello Stato possa commentare una sentenza come fece all’epoca Napolitano: Ritengo che ora il Parlamento possa affrontare i problemi dell’amministrazione della giustizia. Come dire: fatto fuori il Cav, possiamo diventare garantisti». «L’unico che cedette alle lusinghe del Nap ricorda oggi Fabio Rampelli fu Fini. Sapeva che il Cav sarebbe stato fatto fuori dai giudici. E mi propose di passare con lui per un posto di sottogoverno. Ma poi Napolitano fregò pure lui».

Non c’è niente da fare: l’Italia è il Paese dei paradossi. Ne sa qualcosa pure il sottoscritto che a giudizio del Senato è «un perseguitato» mentre una sentenza della magistratura considera «un pregiudicato»: una contraddizione che chi dovrebbe regolare i rapporti tra i due Poteri ha lasciato correre.

Eh sì, per paura o per interesse, si fa finta di niente, con il risultato che la democrazia è sconfitta e il «triangolo» perverso (carrierismo-magistrati, politica e processi) governa il Paese. «Io confida oggi Berlusconi, raccontando la sua esperienza ho avuto 96 processi, 105 avvocati e ho gettato un miliardo e mezzo di euro in spese legali. La verità è che quel processo ha portato le sinistre al governo e cambiato la storia del Paese. Spero che gli italiani lo capiscano, anche se nelle ultime elezioni politiche sono stati fin troppo sciocchi».



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