Dalla Bellanova in lacrime ai conti sbagliati. Nel “dl Ritardo” 1.100 commi di marchette

Una cosa è certa: dopo il Dl Rilancio, il Dl semplificazione è ancora più urgente. Simone Baldelli si è messo a contare: il decreto, partito in ritardo di un mese e arrivato in ritardo di una stagione, è un testo-monstre di «266 articoli, 1.100 commi, 110mila parole -, elenca il deputato showman di Forza Italia- e sono gli stessi che hanno la faccia di bronzo di venire oggi a raccontarci che fanno il decreto per le semplificazioni».

Come sembrano lontane le lacrime versate del ministro Teresa Bellanova la sera in cui seduta a fianco di Giuseppe Conte annunciò la sanatoria per i migranti come una specie di rivoluzione, rivelatasi poi ben poca cosa sia per i migranti che per le aziende agricole che avrebbero dovuto risolvere così ogni loro problema di manodopera. Era il 13 maggio e il decreto partiva già all’insegna di un ritardo incorporato nel nome. Se n’era iniziato a parlare a marzo, era stato battezzato decreto aprile, è stato varato a fine maggio e sarà convertito in legge a metà luglio. Un ritardo tale che gli uomini immagine di Palazzo Chigi furono costretti a ribattezzarlo Dl Rilancio per togliere d’imbarazzo governo e titolisti dei giornali.

Eppure anche il nome trionfale prescelto non è più azzeccato di Dl aprile: «Dopo il flop del Cura Italia era meglio chiamarlo Dl ritardo, anche per questa volta il rilancio è rimandato al prossimo decreto», si ironizza tra i banchi della Commissione bilancio, riconvocata di fretta perché all’ultimo ci si è resi conto di aver sbagliato i conti: mancava la copertura ad alcune norme sul mezzogiorno, un buco da un centinaio di milioni che fa slittare a oggi l’esame in aula. «Purtroppo -ricorda amaro Paolo Trancassini, deputato della Commissione bilancio di Fratelli d’Italia e sindaco di Leonessa- anche di terremoto se ne parlerà un’altra volta: ancora una volta sono state ignorate le richieste che arrivano dal territorio». Dal decreto è infatti rimasto fuori il pacchetto per i territori del Centro Italia in cui langue la ricostruzione. «Per noi è una priorità, sarà riproposto in altri decreti», ha assicurato Graziano Delrio. Diversi sindaci hanno annunciato una protesta.

Per le opposizioni, di sicuro, è il decreto delle promesse tradite. Doveva essere la norma da scrivere insieme, il terreno legislativo dove celebrare l’unità nazionale anti Covid invocata da Conte. Ma i temi sollecitati dal centrodestra ne sono rimasti fuori. «Avevamo chiesto di concentrarsi su lavoro, abbassamento dell’Iva per favorire il turismo, posticipo delle tasse, regole certe per i Comuni -attacca Trancassini- il ministro Gualtieri in audizione ci ha lasciati a bocca aperta dicendo che se ne sarebbero occupati in altri provvedimenti. Avevano la priorità i monopattini».

La battuta del deputato di Fdi è estrema, ma centra un punto evidente: nel Dl Rilancio manca una visione per il rilancio. È in realtà un ibrido, una norma assistenziale per il Covid arrivata quando l’emergenza era già agli sgoccioli, spacciata per norma della ripartenza solo perché era arrivata l’ora di pensarci e il governo non aveva in mano nient’altro, al punto da pescare idee a strascico tra piani Colao e Stati generali, reti tirate su puntualmente vuote. Basti pensare che si destina poco più di un miliardo alla scuola e tre al buco nero Alitalia che, incredibile, diventa così uno degli investimenti principali. Il resto è la solita pioggia di bonus e mancette, qualcuna meno edificante di altre. «Vedi -chiosa Trancassini- i 2,4 milioni per consulenze volute dal ministro Patuanelli e i 300mila euro per gli esperti voluti da Gualtieri. Senza neanche dire esperti di cosa».



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