“Debiti con le imprese, ritardo azzerato”. Ma la Cgia zittisce il Mef: “Non è vero”

Botta e risposta tra il governo e gli artigiani sui debiti della pubblica amministrazione. Ieri il Mef ha cantato vittoria, dichiarando che nel 2019 il ritardo medio di pagamento dei debiti si riduce a un solo giorno: «Alla luce dei dati del sistema informativo della Piattaforma per i crediti commerciali (PCC) rilevati a maggio 2020, le fatture ricevute dalla Pa nel 2019 sono 29,1 milioni, per un importo totale dovuto di 148,2 miliardi. Le fatture pagate ammontano a 24,5 milioni, pari a 140,4 miliardi di euro, che corrisponde a circa il 94,8% dell’importo totale. Il tempo medio ponderato occorso per saldare le fatture del 2019 è pari a 48 giorni, a cui corrisponde un ritardo medio di un giorno rispetto alla scadenza». Ma la Cgia contesta i dati diffusi dal Mef sostenendo che la direttiva Ue «impone i pagamenti della Pa entro 30 giorni, fino a 60 solo nel caso di transazioni riferite al settore sanitario». «Quindi – sottolinea la Cgia – se l’anno scorso la nostra Pa ha liquidato le imprese in 48 giorni, vuol dire che rispetto alle disposizioni di legge ha pagato i fornitori, non del settore sanità, con 18 giorni di ritardo». Il punto, per la Cgia, è che il Mef confonde la legge con i tempi previsti dal contratto, hce sono 47. «Cosa però che è in contrasto con la legge, perchè bisogna saldare i fornitori entro 30 giorni», dicono gli artigiani.

E sempre sul fronte delle imprese, Cgia ha ieri portato un altro affondo al governo: solo il 13% delle piccole imprese italiane ha utilizzato i fondi previsti dai decreti «Cura Italia» e «Liquidità». E non perché non ne avessero bisogno. Ma per evitare di finire schiacciati dai debiti. I fondi sono infatti prestiti bancari a tutti gli effetti, ancorché a scadenze lunghe (fino a 10 anni) e tassi bassi, ma non zero.

Per la Cgia il meccanismo scelto dal governo per dare fiato alle imprese fermate dal lockdown, e cioè il Fondo di garanzia, che trasferisce allo Stato il rischio, ma che di fatto non ha dato alle imprese un’alternativa all’indebitamento. Per l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, le domande sono state 715.776 per un importo complessivo pari a 41 miliardi di euro su una platea complessiva di potenziali beneficiari pari a poco più di 5.460.000 unità. A livello territoriale, sono le Marche, con il 17,8%, ad aver registrato la più alta incidenza di domande di prestito bancario garantito sul numero di Pmi e di lavoratori autonomi ubicati in regione. Seguono l’Emilia Romagna con il 16,4%, la Toscana con il 16,2% e l’Umbria con il 14,8%. Nel Mezzogiorno l’incidenza è invece più bassa: la Calabria segna l’11,1%, la Sicilia l’11%, il Molise il 10,9%, la Sardegna il 10,5% e la Campania il 10%. Fanalino di coda è il Trentino alto Adige che ha fatto segnare appena il 5,1% di adesioni.

«Se i numeri sono così contenuti», segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della confederazione mestrina, Paolo Zabeo, «la responsabilità non è delle banche e nemmeno del Fondo di garanzia, ma è riconducibile al fatto che lo strumento ha suscitato pochissimo interesse tra gli imprenditori. Con un passivo bancario in capo a ciascuna piccola impresa che in Italia ammonta mediamente a circa 100 mila euro, la quasi totalità di queste realtà produttive non ha ritenuto conveniente indebitarsi ulteriormente per risolvere i propri problemi di liquidità.



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