“È solo un alunno del Prof… “. La nera “profezia” su Di Maio

Luigi Di Maio sembra essere tornato di moda. Dal giorno in cui ha rassegnato le dimissioni da capo politico del M5S, ‘Giggino’ sembra rinato tanto che il Pd ha lasciato intendere di volerlo promuovere a presidente del Consiglio.

Gli attriti tra il premier Giuseppe Conte e il Pd iniziano a farsi sempre più frequenti e, soprattutto, sembra essersi rotto il feeling col capodelegazione dei dem, il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Il segretario Nicola Zingaretti, indispettito per i tanti dossier aperti, dai decreti sicurezza al Mes, ha usato esplicitamente il termine “palude” per descrivere il momento critico che sta vivendo l’esecutivo giallorosso. Di Maio, invece, sembra aver ottenuto un buon ritorno d’immagine dalla stipula del ‘patto per l’export’.

Di Maio un gigante rispetto a Di Battista

Di Maio sopravvive grazie all’incapacità dei suoi rivali. “Anche se ha commesso degli errori e gaffes, dal punto di vista demoscopico, ha più potenzialità di Alessandro Di Battista perché ha dimostrato leadership e comunicativa. Di Battista resta una figura inespressa e romantica, il cui peso è andato ridimensionandosi anche dentro il M5S”, spiega a ilGiornale.it il sondaggista Alessandro Amadori. “È una persona giovane e, nell’ambito del panorama politico italiano che non sembra presentare grandi novità nel prossimo futuro, resta un protagonista. Per ‘Dibba’, invece, vale il detto ‘Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, sottolinea ancora il sondaggista. E, se da un lato non è ancora chiaro come e quando si svolgeranno gli Stati Generali né se quella sarà la sede per scegliere il nuovo leader del M5S, dall’altro appare evidente che l’unico che può fermare l’Opa lanciata dal ‘barricadero’ Di Battista’.

Di Maio, che ha alle spalle una legislatura da vicepresidente della Camera, sembra aver acquisito una certa cultura di governo prima come vicepremier e titolare del dicastero. Nel 2018 è stato abile a portare il Movimento al 32,6%, un risultato ben diverso da quello che ottenne nel 2010 come candidato al consiglio comunale di Pomigliano D’Arco: 59 miseri voti che gli bastano per essere eletto. Dal 2013 in poi, invece, accresce le sue abilità di stratega che si esaltano durante le trattative per la formazione del primo esecutivo Conte. Inizialmente ha cercato di salire a Palazzo Chigi, poi, dopo aver fallito il dialogo col Pd, è sceso a compromessi con la Lega, accettando che il premier fosse Giuseppe Conte e non lui. Unica macchia: la richiesta di impeachment per il Capo dello Stato Sergio Mattarella, dopo il diniego di quest’ultimo di nominare Paolo Savona ministro dell’Economia. Non ha scalpito la sua immagine neppure il recente scoop delle Iene sugli “Studenti di Pomigliano”, ossia i compagni di scuola del liceo Imbriani che Di Maio frequentò da giovane. Alcuni di loro, ora, si trovano in posti chiave di ‘sottogoverno’ come Dario De Falco, che nel corso delle manifestazioni studentesche marciava al fianco dell’ex capo politico del M5S e ora è il capo della segreteria della Farnesina. Oppure Carmine America che sarebbe entrato nel Cda di Leonardo dopo aver avuto incarichi assai remunerativi sia al Mise sia alla Farnesina.

Gli errori da ministro del governo gialloverde

Ed è proprio da ministro che Di Maio commette una serie di errori e di gaffes non degne di un uomo di governo. “Abbiamo abolito la povertà”, dirà trionfante da titolare del Welfaire e del Lavoro dopo l’approvazione del reddito di cittadinanza che, col senno di poi, si è rivelato un vero flop. Solo il 2% dei percettori ha trovato realmente un lavoro. Nel settembre 2018, invece, Di Maio sbaglia di nuovo per eccesso di trionfalismo: “Abbiamo risolto l’Ilva in tre mesi, quando quelli di prima in sei anni non erano stati capaci”. Ora tutti sappiamo che la realtà è un’altra. Ma anche altre crisi aziendali lasciate aperte da Di Maio sono lontane dal trovare una soluzione positiva: dall’Alitalia a Mercatone Uno, passando per la Whirlpool di Napoli, Di Maio ha lasciato un’eredità pesante ai suoi successori.

I silenzi e le amicizie ingombranti del titolare della Farnesina

E che dire della politica estera? Sul caso Regeni continua lo stallo con l’Egitto, mentre sul fronte libico una vera e propria soluzione ancora non c’è. Anzi, per la liberazione di Silvia Romano è stato determinante l’aiuto della Turchia che ha accresciuto notevolmente la sua influenza nel Nord Africa. Dopo le rivelazioni del quotidiano spagnolo Abc su una presunta tangente che sarebbe arrivata da Caracas fin nelle tasche del compianto Gianroberto Casaleggio, è tornato d’attualità il tema dei rapporti pericolosi tra il M5S e il regime di Maduro. Ammesso e non concesso che lo scoop dell’Abc sia una bufala oppure no, stona la contrarietà del Movimento nel voler sostenere Juan Guaidò, avversario politico del presidente venezuelano. Sono bastate qualche migliaia di mascherine arrivate da Pechino perché la Cina si assicurasse l’assordante silenzio del ministro Di Maio di fronte all’evidente violazione dei diritti umani ad Hong Kong. Un silenzio teso a salvaguardare i rapporti commerciali con il regime cinese, soprattutto dopo l’accordo sulla via della Seta.

Di Maio, infine, continua a galleggiare sulle questioni europee più scottanti come Mes e Recovery fund. “In questa crisi l’Europa ha risposto con forza e io ho fiducia nell’operato di Ursula von der Leyen. Ora tocca al governo italiano dimostrare di essere all’altezza della sfida”, ha dichiarato in un’intervista a La Stampa in cui ha, di fatto, nuovamente rimesso il pallino in mano a Conte: “Il presidente del consiglio ritiene che sarà sufficiente il Recovery Fund e io non dubito delle sue parole”. Una dichiarazione che sembra lasciar intendere che Di Maio non aiuterà Conte qualora si trovasse in difficoltà sul Mes. Il sondaggista Amadori, però, sentenzia: “Tra Conte e Di Maio non c’è storia. Conte gode di un sostegno e una fiducia così trasversali che Di Maio non avrebbe partita. È come mettere a confronto il professore con l’alunno”.



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