Ecco il nome del partito di Conte

Rumors e indiscrezioni da sempre smentite, eppure l’ipotesi che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte stia pensando di fondare un suo partito (magari chiamato “Con Te”, come riporta l’Economist) continua a circolare in modo sempre più insistente.

D’altra parte il premier non ha un partito di riferimento, considerando che il suo nome è stato indicato dal M5S ma nel movimento il professore e avvocato non ha mai militato ne tantomeno, da capo di governo si è mai dichiarato esponente dei pentastellati.

Il presidente del Consiglio è sempre stato un tecnocrate e lui stesso ha voluto ribadire questo essere al di fuori dei partiti. Per buona parte del suo mandato, così, Giuseppe Conte si è dovuto “giostrare” tra i giochi di palazzo, gli equilibri instabili della maggioranza (o meglio dire delle maggioranze) di governo che lo hanno sostenuto e, in alcuni casi, anche dei malumori provenienti dallo stesso Movimento 5 Stelle che aveva puntato sul suo profilo da tecnico superpartes per superare l’empasse, durata alcuni mesi, nella creazione con la Lega di Matteo Salvini dell’esecutivo Giallo-Verde.

Anche con il cambio di maggioranza e l’alleanza tra M5S, Pd, Leu e Italia Viva il nome dell’avvocato e professore è stato messo in discussione, ma solo per le tipiche dinamiche di contrattazione politica per l’attribuzione dei vari ministeri, con i democratici che “giocando” sull’aver fatto un passo indietro con i 5Stelle nel riconfermare a premier di Conte, hanno potuto richiedere posizioni di governo pesantissime, a partire dai dicasteri dell’Economia e delle finanze e delle Infrastrutture e trasporti.

In tutte queste fasi il presidente del Consiglio è sempre stato defilato, mantenendo un profilo basso che però, nel tempo, gli ha permesso di ritagliarsi un peso sempre maggiore all’interno dei gruppi parlamentari tra cui, addirittura, in quello del M5S i cui deputati e senatori non hanno per nulla “storto il naso” quando, pur circolando il nome di Luigi Di Maio alla carica di premier nella creazione dell’esecutivo Giallo-Rosso, alla fine è stato Giuseppe Conte a sedersi di nuovo a Palazzo Chigi.

Inoltre, anche una parte dei democratici non guardando disinteressati alle decisioni del presidente del consiglio e forse sarebbero pronti a seguirlo, o quanto meno a sostenerlo, in una sua futura candidatura a capo di una coalizione alle politiche, così come potrebbero fare le componenti a sinistra del Pd a partire dai Bersaniani.

Quindi, forse, il migliore giocatore di questa partita partitocratica, è stato proprio il tecnocrate e ciò può aver istillato l’idea (forse più tra i suoi sostenitore che direttamente a lui) di un partito del presidente. Questa ipotesi è tutt’altro che remota – come evidenziato anche da un osservatore internazionale attento come il giornale The Economist – sopratutto se il presidente del Consiglio si convincesse che gli indici di alcuni sondaggi che dicono che durante il periodo di lockdown, il gradimento degli italiani (quanto meno di una parte) nei confronti del premier siano cresciuti.

Per di più non sarebbe la prima volta che un premier tecnico abbia deciso di lanciare un proprio gruppo politico. Il primo a farlo fu Lamberto Dini, (chiamato dalla Direzione Generale di Bankitalia a Palazzo Chigi a seguito della crisi del primo governo Berlusconi) il quale creò Rinnovamento Italiano sostenendo la colazione di centrosinistra di Romano Prodi nelle elezioni del 1996. RI ottenne poco più del 4%, un risultato tutt’altro che positivo per il tecnocrate economista di Palazzo Koch; così alla fine Rinnovamento Italiano scomparve confluendo nella Margherita e il suo fondatore Lamberto Dini ha iniziato ad oscillare tra il centro-destra e il centro-sinistra per tutti questi anni.

Poi il tentativo del grande salto è stata quella del senatore a vita prof. Monti, che dopo aver guidato un governo tecnico tra il 2011 e il 2013, ha messo in campo non solo un partito (Scelta Civica), ma addirittura una coalizione con l’Unione di Centro di Casini e Futuro e Libertà di Gianfranco Fini. I risultati sono stati simili a quelli di Rinnovamento Italiano, con la colazione che ha superato di poco l’11%, Scelta Civica all’8% e la scomparsa praticamente sia dell’Udc che dei Finiani. Alla fine Scelta civica è entrata nella maggioranza di centro-sinistra sostenendo i governo Letta e Renzi fino alla nuova diaspora dei suoi rappresentanti.

Questi precedenti non sono per nulla incoraggianti ma ci sono delle differenze non di poco conto. Per prima cosa il Movimento 5 Stelle che di Conte è stato il primo sostenitore nei fatti non ha più un leader e Conte potrebbe prendere questo ruolo o tirarsi con se, in un nuovo partito, la componente più istituzionale dei pentastellati. D’altronde Di Maio negli scorsi mesi ha abbandonato il ruolo di capo politico e non sembra interessato a riassumerlo, Roberto Fico deve mantenere sempre un profilo istituzionale che ne imbriglia l’attività di partito, mentre la sola componente vicina a Di Battista potrebbe pensare di prendere in mano il M5S portandolo nuovamente su posizioni più “intransigenti”, soprattutto nei confronti nel Pd.

Anche nel Pd il premier potrebbe trovare una prateria, sia nel caso di creazione di un nuovo partito che nel caso decidesse di candidarsi alla guida di una colazione, considerando che il segretario dei democratici Zingaretti mantiene sempre una posizione defilata e non sembrano esserci volti nuovi all’orizzonte.

Le condizioni che potrebbero spingere Conte a creare Con Te, quindi, ci sono tutte, ma i rischi sono altissimi. Se il presidente del Consiglio decidesse di scendere in campo attivamente nell’alveo del M5S questo creerebbe un punto di frattura con il Pd, che questa coalizione con il M5S non l’avrebbe voluta se avesse avuto scelta. Se invece nascesse Con Te il premier avrebbe numerosi transfughi provenienti da più parti a sostenerlo, ma a quel punto potrebbe saltare la maggioranza di governo perché ne il Pd ne il M5S sarebbero disposti a vedersi soffiare da sotto il naso parlamentari eletti e ruoli ministeriali.

Allora l’ipotesi potrebbe essere quella di aspettare il termine della legislatura e candidarsi alla guida di una coalizione, ma non è detto che ne i democratici ne i pentastellati vogliano candidarsi uniti anche a rischio di perdere con la coalizione di centrodestra che, sondaggi alla mano, già vincerebbe le prossime elezioni contro un’alleanza Pd-5Stelle uniti, figuriamoci se democratiti e pentastellati andassero separati.

Inoltre non è nemmeno detto che lo stesso Conte riesca a chiudere la legislatura da presidente del Consiglio. Le sirene europeiste che spingono su Mario Draghi (soprattutto nel Pd) sono insistenti e lo scarso interesse che l’Ue ha riservato all’Italia negli scorsi mesi in piena pandemia sono il segno di una debolezza internazionale del nostro Paese non trascurabile, soprattutto in una fase di ripresa economica.



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