Giudice Franco, nuove prove: “Forzato a firmare, ho paura”

Altro che pentimento a scoppio ritardato. Appena dopo avere condannato Silvio Berlusconi per frode fiscale, il giudice Amedeo Franco era così convinto di avere firmato una sentenza ingiusta, che sentì il bisogno di confidarsi. Non con Berlusconi, come avrebbe fatto solo qualche mese più tardi; ma con due volti amici, due persone di famiglia, lontane da ogni giro della politica. Due fratelli, Gianni e Carlo Glinni, nipoti di un magistrato importante: il presidente di sezione della Cassazione Paolo Glinni, membro del primo Consiglio superiore della magistratura. E oggi i fratelli Glinni escono allo scoperto, confermando e riempiendo di particolari il travaglio di Amedeo Franco. Che arrivò al punto di chiedere ospitalità in una loro casa in Brasile, per mettere più strada possibile tra sé e la Cassazione.

Carlo e Gianni Glinni vengono intervistati dal Tg5 nell’edizione di martedì sera. Raccontano dello sfogo del loro amico Franco avvenuto a botta calda, dopo il deposito della sentenza: «Ricordo perfettamente – dice Carlo Glinni – che Amedeo mi accennò ad un grosso pressing fatto su questo collegio». Ovvero sulla sezione feriale della Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, cui era stata assegnata all’ultimo momento il processo Berlusconi. Il pressing, dice Glinni, «veniva dall’alto». E «Amedeo era un giudice molto scrupoloso, per cui questa sentenza ingiusta, questa è la verità, l’aveva turbato molto». Ai due amici, il giudice descrive un processo finito prima ancora di cominciare: «Raccontò che si trovò di fronte ad un collegio completamente orientato, già orientato a condannare Berlusconi». Conclusione: «Berlusconi doveva essere condannato. E venne condannato».

Aggiunge l’altro fratello, Gianni: «Ricordo che Amedeo era particolarmente turbato, mi disse Giovà, io ho firmato una cosa alla quale sono stato in qualche modo convinto ma non la ritengo giusta, una sentenza che ritengo sbagliata. Era veramente amareggiato». E Carlo Glinni: «Amedeo disse che se avesse saputo quello che sarebbe successo e la situazione nella quale si sarebbe andato a imbattere si sarebbe dato malato». È esattamente quanto qualche mese dopo Amedeo Franco va a raccontare a Berlusconi, con le confidenze che oggi vengono accusate di non essere genuine: e che invece coincidono con quanto a botta calda il giudice diceva ai due amici. Perché Gianni e Carlo Glinni parlano solo adesso: «Oggi riteniamo se ne possa parlare con tranquillità perché lui ce ne ha parlato con tranquillità. Fino a quando Amedeo era in vita non avevamo motivo di parlare di queste cose».

A convincere i fratelli Glinni a raccontare tutto, è probabilmente anche la virulenza delle reazioni di questi giorni, in cui il giudice Franco – non più in grado di difendersi – è stato accusato sia di avere mentito, rivelando a Berlusconi un dissidio in camera di consiglio mai avvenuto, sia di averlo fatto per chissà quale fine recondito. Un trattamento che, secondo loro, la figura del giudice Franco non meritava.

Ora anche le rivelazioni di Carlo e Gianni Glinni vanno ad aggiungersi ai numerosi riscontri arrivati in questi giorni alle rivelazioni di Franco. È importante il passaggio sulla sentenza che il giudice considerava tecnicamente sbagliata, giuridicamente infondata: e non a caso nel dicembre successivo, quando gli toccò occuparsi di un caso praticamente identico, Franco demolì con dovizia di argomenti la sentenza che aveva condannato Berlusconi. Ma ancora più importante è il passaggio in cui i due fratelli raccontano che la percezione del loro amico era quella di una decisione preconfezionata: «Berlusconi doveva essere condannato». Perché? Per ordine di chi? È questa la domanda che incombe sulla intera vicenda, e alla quale prima o poi andrà data una risposta.



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