Gualtieri inchioda Conte: i fondi del Mes vanno presi

«Non c’è tempo da perdere», incita il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Eppure il Piano nazionale per le riforme di cui ieri è circolata la bozza da sottoporre oggi al Consiglio dei ministri e poi sottoporre a Bruxelles, è l’ultimo in ordine di arrivo tra i Paesi europei. Per di più, su gran parte dei temi, è molto generico.

Ma non su tutti: sebbene nel merito ci siano poche novità, il documento compilato dal Mef e sottoscritto da Giuseppe Conte, manda alcuni messaggi politici abbastanza chiari, in cui si legge forte l’impronta del ministro Roberto Gualtieri, soprattutto sul Mes. Nel piano si fa riferimento a una ricognizione delle necessità di copertura finanziaria per gli interventi di messa in sicurezza dell’apparato sanitario legate al virus. «È emerso – si legge – che il fabbisogno di interventi infrastrutturali in ambito sanitario è pari a 32 miliardi». Cifra che, non casualmente, si avvicina molto ai 36 miliardi che il Mes potrebbe destinare all’Italia. Ancora una volta nessuna decisione esplicita ma un’indicazione molto chiara della direzione di marcia verso la quale Gualtieri vuole andare: l’accettazione del Mes. Tanto più che anche nel M5s c’è chi non è disposto a fare barricate: «Non c’è alcuna battaglia ideologica, a differenza di come la questione viene spesso presentata – dice Luigi Di Maio -. C’è un negoziato aperto a livello internazionale, che sta portando avanti il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e noi abbiamo fiducia nelle sue parole».

L’altro segnale politico è la conferma che il governo pensa di superare l’esperienza di Quota 100. La rottura della continuità con il governo gialloverde, come anche in altri campi è meno evidente di quanto ci si aspettasse. A leggere il Pnr, infatti, c’è la sensazione che si vada verso una revisione ma solo alla scadenza: «Il governo ha già intrapreso un confronto con le parti sociali in vista della conclusione della sperimentazione di Quota 100, che la legislazione vigente fissa per fine 2021».

La Lega ci vede il bicchiere mezzo pieno: «I giallorossi – dice l’ex sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon – sono costretti ad ammettere la validità di Quota 100 e a portarla avanti fino alla fine della sperimentazione». Il documento contiene anche la notizia che è iniziato un confronto con le parti sociali per decidere cosa succederà in futuro «garantendo al contempo il rispetto per l’equità intergenerazionale e gli obiettivi di finanza pubblica». «Nessuno parla di revisione», dicono dal ministero del Lavoro. Il futuro dopo Quota 100, insomma, è un compromesso ancora da fissare.

Per il resto, nel Pnr c’è molta meno concretezza di quanta ce ne fosse nel Piano Colao e, soprattutto, la conferma di un approccio basato su una miriade di provvedimenti assistenzialisti. Sul reddito di cittadinanza, ad esempio, pare chiaro che il Mef non intende scatenare una guerra santa, anzi. Si parla più che altro di una fase due che vada oltre l’attuale, limitata alla distribuzione del sussidio, rafforzando i Centri per l’impiego.

Quello che manca è invece una visione rivolta alla crescita. L’annuncio che si punta a far salire al 3 per cento la quota di investimenti pubblici difficilmente potrà soddisfare il mondo industriale che con questo governo continua ad avere un rapporto burrascoso, come confermato dalle nuove bordate critiche arrivate ieri dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Non a caso un governatore sensibile a quel mondo come Stefano Bonaccini incita il governo «a far ripartire il Nord produttivo» e a dire sì ai fondi del Mes. Parole che piacciono in Forza Italia, che plaude con Mariastella Gelmini, ma anche a una parte del Pd, impersonata dal capo dei senatori Pd Andrea Marcucci. Il ministro Gualtieri e Conte sapranno ascoltarle?



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