I decreti finti del governo “salvo intese”

E a tarda notte, come fosse una riunione carbonara, con un paio di mesi di ritardo sulla tabella di marcia, il Consiglio dei ministri affronta «salvo intese» il decreto Semplificazioni, «la madre di tutte le riforme», come l’ha definito Conte, il provvedimento che dovrebbe azzerare la burocrazia e riaccendere l’Italia. Dunque, appalti veloci, smart working, investimenti, ambiente, rimodulazione del reato di abuso d’ufficio, il tutto però appunto «salvo intese», pronto cioè ad essere rimesso subito in discussione, a tornare nel frullatore. Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, non si formalizza: «C’è un accordo di massima, quindi viene usata la normale formula che accompagna tutte le misure un po’ complesse». Del resto, perché meravigliarsi? Il «salvo intese» è il marchio di fabbrica della maggioranza, il suo dna. Il governo è in piedi grazie a «un accordo di massima» e il premier stesso rimane a Palazzo Chigi «salvo intese».

Si tratta in sostanza di un affinamento della tecnica del rinvio, della quale Giuseppe Conte si sta dimostrando un maestro. C’è un problema? Lo rimandiamo. Una scelta da fare, tipo Mes, Ilva, giustizia? Se ne riparla in un’altra occasione. Meglio prendere tempo che spaccare la coalizione. E comunque per il premier, impegnato sul fronte interno e quello internazionale, ora si aprono due settimane di fuoco. Dopo il Semplificazioni, toccherà infatti alla Camera esprimersi sul decreto Rilancio, con tanto di voto di fiducia: c’è una certa fretta perché il testo, uscito dal Consiglio dei ministri il 13 maggio, dovrà essere convertito in legge entro il 18 luglio, pena decadenza. E in Senato, si sa, i numeri ballano. Poi, uno squarcio diplomatico, tra photo opportunity e necessità di farsi qualche amico. Prima un veloce viaggio a Lisbona e Madrid, con l’obiettivo di cementare l’asse dei Paesi del sud sul Recovery Fund. E lunedì trasferta cruciale a Berlino, per un faccia a faccia con Angela Merkel, alla vigilia del difficile passaggio parlamentare che precederà il Consiglio europeo. In mezzo, tanto per non farsi mancare nulla, il convulso negoziato per il rinnovo della concessione delle autostrade e gli scontri tra Cinque Stelle e Pd sulle modifiche al decreto Sicurezza.

Contratti pubblici, edilizia, green economy, digitalizzazione della pubblica amministrazione. Il decreto Semplificazione ha un programma ambizioso ma diverse difficoltà di realizzazione. Il principale ostacolo sta nelle profonde differenze di vedute, politiche e culturali, tra i grillini e gli altri partner. Sgombrato il campo dal condono, voluto dal solo Conte e rapidamente stralciato dal testo, la settimana scorsa pareva che l’accordo tra le forze di maggioranza fosse a un passo. Invece ci sono voluti vertici antelucani, trattative sulle virgole, abboccamenti vari per arrivare a uno straccio di convergenza. Il capitolo più controverso? Gli appalti. Qualcuno voleva una liberalizzazione totale, niente concorso e chiamata diretta per i lavori fino a 150mila euro. Altri temevano le infiltrazioni della malavita organizzata. È finita con un compromesso: meno vincoli però niente liberalizzazione. Il codice degli appalti rimane, «salvo intese».

Davide Faraone, presidente dei senatori di Italia Viva, sembra comunque contento. «Nel decreto ci sarà lo sblocca cantieri, una lista precisa delle opere già finanziate e incagliate da un’assurda burocrazia, che avranno un commissario per ogni lavoro. Strade, ferrovie, porti, aeroporti, dighe. È il nostro piano shock da 120 miliardi». Sarà davvero così? Seguiremo il modello Genova, prenderemo a esempio gli scavi di Pompei, replicheremo il decisionismo dell’Expo di Milano? Chissà, forse sì: «salvo intese».



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