Il catastrofico anno dell’inesistente Bonafede

Se in Italia ci fosse un ministro della Giustizia si potrebbe chiedergli conto, senza intenti strumentali, di che cosa non abbia funzionato nella filiera istituzionale sul caso Mesina, al netto delle mattane di un bandito irrecuperabile. Ma dal momento che in via Arenula siede ancora Alfonso Bonafede, un simpatico ex dj da villaggio vacanze che giudici e avvocati non prendono tanto sul serio, accontentiamoci di tenerci la curiosità per non perdere tempo.
Il 2020 sarà ricordato come un anno nero per tutti, ma ancora più catastrofico per un Guardasigilli che ha collezionato flop e figuracce senza peraltro pagare nulla con la scusa del «cosa vuoi fare», vista la sua inamovibilità da quella poltrona. Bonafede ha pure voluto sfidare il destino, lo scorso 1 gennaio, mentre gli italiani rientravano a casa dal veglione di San Silvestro sfilandosi il cappellino di carta. Mai avrebbero immaginato di sprofondare da lì a poco nella sciagura Covid, mentre il ministro si vantava proprio quel giorno di avere bloccato lo stop alla prescrizione. I cittadini esultavano con spumante e festoni, lui invece per avere allungato i processi secondo i canoni giustizialisti di un movimento nato sulle manette e le inquisizioni a vita per i colletti bianchi.
Fosse stato solo quello il problema. L’esplosione della pandemia ha visto Bonafede vacillare sotto il peso delle rivolte carcerarie (una quindicina di morti) finalizzate allo scellerato provvedimento sulle scarcerazioni dei boss. Una follia sfuggita di mano all’avvocato siculo-fiorentino, tale da vedersi accusato di cedevolezza alle mafie persino da una toga vicina ai 5 Stelle come il super pm Nino Di Matteo.
Lo sventurato ministro non ne ha azzeccata una, salvo quella di farsi nominare capo delegazione M5s nel secondo governo Conte. Va bene che in Italia sono saltate tutte le regole della grammatica istituzionale, ma anche per i parvenu come Conte & compagni sarebbe complicato resistere a Palazzo Chigi dopo il licenziamento del rappresentante del partito che ha la maggioranza relativa in Parlamento, nonostante la dissoluzione elettorale nel Paese reale.
Se il titolare della Giustizia ha resistito a bordate tremende, è segno che è ancora utile a un certo sistema per tenere in piedi questo governo logoro e consunto. E siccome non gli manca una certa empatia («Dj Fofò» faceva esplodere di entusiasmo la discoteca Extasy di Mazara del Vallo), saprà superare anche la latitanza di Mesina con il sorrisetto sornione che finora l’ha preservato da un meritatissimo licenziamento.



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