Il flop del piano-anziani: assistenza solo per 3 su 100

Ci è voluta una pandemia per capire che l’assistenza domiciliare ai malati cronici va completamente ripensata. Ora è l’unico strumento per curare i pazienti tenendoli lontano dagli ospedali. Ma il sistema non funziona e sicuramente non sarebbe in grado di sopportare la prova di una seconda ondata autunnale. Anzi, scricchiolava già prima che scoppiasse l’emergenza Covid.

Fino a febbraio, solo il 2,7% degli over 65 beneficiava dell’assistenza domiciliare, cioè di medicazioni, controlli infermieristici, supporto alla nutrizione artificiale. Ogni anziano chiedeva un aiuto di 20 ore di prestazioni all’anno, in particolar modo dopo lunghi ricoveri in ospedale. Una situazione ben diversa rispetto agli altri Paesi europei, dove la percentuale di anziani assistiti a casa si attesta fra l’8 e il 10%, con punte del 20%, e chiede aiuti per 20 ore sì, ma al mese.

«Curare gli anziani fragili a casa loro’ significa risparmi per il servizio sanitario e vantaggi per la qualità di vita degli assistiti – commenta Roberto Bernabei, membro della Cts della Protezione Civile e presidente di Italia Longeva, l’associazione nazionale per l’invecchiamento e la longevità attiva del Ministero della Salute – Ridurremmo i rischi di contagio e alleggeriremmo gli ospedali dal sovraccarico di richieste per consentire ai nosocomi di essere luoghi di diagnosi e cura per tutti e non solo per i pazienti Covid-19». Per reimpostare l’assistenza domiciliare il Decreto rilancio, in fase di conversione in legge, prevede un investimento di 734 milioni di euro sia per i pazienti affetti da coronavirus o in isolamento, sia per tutte le persone malate croniche, fragili e non autosufficienti, la cui condizione risulta aggravata dall’emergenza di adesso.

«Si tratta di uno stanziamento senza precedenti con cui si intende aumentare in maniera importante il numero degli assistiti over 65 ponendosi in linea con la media Ocse». È inoltre previsto il rafforzamento dei servizi infermieristici territoriali, tra cui l’introduzione della figura dell’infermiere di famiglia o di comunità, con 9.600 nuovi infermieri, 8 ogni 50mila abitanti. Per le nuove assunzioni sono stati stanziati quasi 333 milioni e per fronteggiare l’emergenza è stata aumentata, con 10 milioni di euro, la disponibilità del personale infermieristico a supporto degli studi di medicina generale.

Insomma, si sta ridisegnando tutto il sistema, sperando che la «rivoluzione» non rimanga tronca.

Il nuovo piano anziani e di assistenza ai malati cronici prevede anche un monitoraggio domiciliare collaudato in fretta e furia in fase Covid ma da mantenere e affinare.

Quindi gli anziani, spesso soli in casa, potranno contare non solo sulla telefonata dell’ospedale ma su una vera e propria centrale operativa regionale, simile a quella della rete di Pronto soccorso, dotata di personale e di apparecchiature per il telemonitoraggio e la telemedicina. Che sembra finalmente diventata una voce irrinunciabile per le cure a distanza.

«Abbiamo a disposizione apparecchi di monitoraggio che misurano quasi tutto dei parametri vitali di un paziente e capacità di intervenire sulle emergenze con una rapidità e un’accuratezza fino ad oggi impensabile – spiega Bernabei -, oltre alla possibilità di offrire, da remoto, diverse prestazioni delle quali un gran numero di pazienti ha bisogno quotidianamente.

Il nostro sistema sanitario e assistenziale ha un’occasione imperdibile per sdoganare’ la tecnoassistenza: pensare di organizzare la medicina del territorio a prescindere da questi strumenti d’avanguardia equivarrebbe a voler rilanciare il paese puntando sul fax o sul telefono a gettoni».



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