Il silenzio ipocrita dei buonisti se è la sinistra a non accogliere

Facciamo così. Torniamo un po’ indietro nel tempo al 18 marzo dell’anno scorso. Ricordate? A Palazzo Chigi c’era sempre Giuseppe Conte, ma al suo fianco troneggiavano Gigino di Maio e Matteo Salvini. Il leghista occupava lo scranno più alto del Viminale e combatteva la sua battaglia contro gli sbarchi di migranti e le Ong. Il caso Diciotti, i decreti sicurezza, la sfida alle navi solidali. Non passava giorno che non si parlasse di porti chiusi e porti aperti, della disumanità di chi non vuol soccorrere gli stranieri, dei “sequestri” in mare e via dicendo. Quel giorno la Mare Jonio aveva salvato 49 migranti davanti alla Libia, poi aveva puntato verso l’Italia e chiesto un porto sicuro a Roma nonostante l’alt di Salvini. La mattina dopo Repubblica apriva il quotidiano con un titolo a caratteri cubitali, solo tre parole: “Aprite i porti”. All’interno i servizi degli inviati sulla nave e un commento di Concita De Gregorio su “la legge del mare”. Tutto molto strappalacrime.

Ora torniamo al tempo presente, tra giugno e luglio 2020, quando centinaia di migranti prendono il largo dalle coste libiche. Stavolta ad intercettarli sono gli umanitari della Ocean Viking, nave di Sos Méditerranée. Il primo soccorso risale a una settimana fa quando vengono salvati 117 migranti. Poi se ne aggiungono altri fino ad arrivare a 180. La nave chiede subito un porto, ma resta in stand by per sei lunghi giorni. “Oggi li faranno sbarcare”, dicono tutti. Invece giorno dopo giorno non accade nulla: zero novità. “Abbiamo inviato cinque richieste alle autorità marittime italiane e maltesi: finora non abbiamo ricevuto risposte tranne due, negative”, denuncia il direttore operativo di Sos Méditerranée, Frédéric Penard. I naufraghi sono “in condizioni precarie”, alcuni minacciano il suicidio. Due di loro si sono buttati in mare. “Questo è ciò che accade quando si ritarda a lungo lo sbarco di persone estremamente vulnerabili”, scrive l’Ong su Twitter. La tensione è alle stelle. “I sopravvissuti mostrano segni di agitazione, depressione, affaticamento mentale estremo. Il disagio psicologico causato dal loro trauma in Libia e dalla situazione attuale è insostenibile. Devono sbarcare subito”. Un dramma di portata colossale. Ci sono insomma tutte le parole chiave per aprire la polemica dell’estate contro il governo brutto e cattivo che lascia nel limbo una nave carica di immigrati disperati. #restiamoumani #aprirelefrontiere #portiaperti. Si prevedono barchette di parlamentari pronti a salire a bordo in solidarietà con i disperati. Sono certe denunce a destra e sinistra contro l’esecutivo che non apre i porti. La bufera politica contro il Viminale appare scontata. E invece no.

Agli Interni infatti oggi c’è Luciana Lamorgese, che da tempo promette di cambiare i decreti Sicurezza senza ancora aver trovato la quadra per riuscirci davvero. Lei fa parte dei “buoni”, quindi non le si può mica imputare la cattiveria leghista di voler tenere chiusi i porti. Come non detto. Zitti e mosca. Almeno – direte – Repubblica farà come allora, quando gettò fiumi di inchiostro per l’enorme appello “aprite i porti”. Un bel titolone nell’edizione online. In fondo le due vicende si somigliano, e forse questa odierna appare addirittura più grave. E invece no. La notizia viene gestita da Rep come una notiziola di cronaca qualsiasi (questi 180 migranti valgono meno di quelli della Mare Jonio di un anno fa?). Dopo poche ore dall’appello di Ocean Viking, il pezzo si fa fatica a trovare nella home page del sito, prima nascosto in un piccolo riquadro e poi fatto scomparire tra le news italiane diverse scrollate in giù. Si vede che “la legge del mare” nel frattempo è cambiata. E ora i buoni possono lasciare al largo i migranti, senza essere per questo tacciati di becero razzismo. Buono a sapersi. Ma fate attenzione: questo non si chiama opportunismo politico. È soltanto pura ipocrisia.



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