Il vaffa di Feltri all’Ordine “Nauseato dai processi”

“Direttore, che succede? Niente, solo che mi sono rotto i c…. Mi processano pure per i titoli… Ma io sono direttore editoriale, lo può far anche un geometra!”. Ma Vittorio Feltri che geometra non è e che, piaccia oppure no, per 50 anni ha scritto la storia del giornalismo italiano, sia da giornalista sia da direttore, a 77 anni compiuti (da 2 giorni), può fare e dire ciò che vuole. Ma non in Italia, dove se non sei allineato alla sinistra intellettualoide, specie se di governo, vieni tagliato fuori.

Feltri si è iscritto all’albo professionale nel 1971: l’esordio sull’Eco di Bergamo, il giornale della sua città natale, poi al Corriere della Sera di Piero Ottone. Direttore dell’Europeo prima e dell’Indipendente dopo, nel 1994 prende le redini de Il Giornale dopo l’abbandono di Montanelli. Nel 2000 fonda Libero, che dirige da allora: spesso il quotidiano è stato criticato per i titoli dai toni ritenuti sessisti o offensivi. Ottavio Lucarelli, presidente dell’Odg della Campania, esulta su Facebook per la decisione del direttore di dimettersi dall’Odg: «Feltri si dimette da giornalista. Una vittoria del presidente nazionale Carlo Verna, una vittoria dell’Ordine della Campania che ha presentato il primo esposto, una vittoria per l’informazione pulita, per Napoli e la Campania». Lucarelli parla di «informazione pulita», accecato per le stoccate del direttore nel confronti del Meridione. «La lettera di dimissioni di Feltri è stata depositata al consiglio della Lombardia, ma il Consiglio deve riunirsi per accettarle e cancellarlo commenta freddo il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna – Avremmo preferito accompagnarlo su una strada di maggior attenzione alle norme della professione. Oltre alle numerose azioni disciplinari nei suoi confronti, recentemente il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti ha dato mandato legale per valutare un eventuale danno di immagine all’intera categoria. Una volta al di fuori della categoria Feltri potrà tranquillamente continuare ad esprimere le sue opinioni. È ovvio che la responsabilità di quello che scriverà si sposta sui direttori responsabili delle testate che lo ospiteranno».

Ed è proprio su questo punto che il direttore si imbestialisce: «Vengo processato anche per dei titoli ma si dà il caso che io sia il direttore editoriale, e che ci sia un direttore responsabile, quindi questi qui non sanno neanche che il direttore editoriale non risponde dei contenuti del giornale. Io posso proporre un titolo ma non lo posso imporre! Sono nauseato e adesso ho anche intenzione di querelare tutti quelli che mi hanno ingiustamente tentato di perseguirmi. Ma andassero a quel paese… non ce la faccio più, basta, non torno indietro».

E nello stesso giorno di questa bufera mediatica, la Corte Costituzionale concede un anno di tempo al Parlamento per ripensare la legge che prevede fino alla pena del carcere per i giornalisti condannati per diffamazione.

Con una eccezione però: che «la condanna al carcere per un giornalista si possa accettare solo in casi di eccezionale gravità, come si verifica quando la diffamazione arriva al punto da istigare all’odio e alla violenza nei confronti della vittima». Valutazione che è del tutto opinabile. E siamo al punto di partenza. Siamo tutti dei Feltri in balia del soviet del politicamente corretto.



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