La Ferrari mette le donne in pole position

La Ferrari è rossa, la Ferrari è bella, la Ferrari è da sempre inaccessibile a molti e disponibile per pochi, la Ferrari è la figlia femmina di quell’uomo geniale dai modi bruschi che le diede vita e nome. Solo da un’azienda così maschia nelle origini e così femmina nel prodotto poteva arrivare il riconoscimento più bello, quello che va oltre le mille parole che siamo soliti usare parlando di uomini, donne e diritti: l’uguaglianza dello stipendio a parità di mansioni. Come se solo chi ha nel proprio dna bellezza e fascino, riuscisse a comprenderne l’importanza.
La Ferrari è la prima società italiana ad avere ottenuto il certificato che attesta il raggiungimento della parità retributiva e di opportunità. «Perché questo» ha detto l’ad Louis Camilleri, «è il pilastro fondamentale per attrarre, trattenere e sviluppare i migliori talenti…». Un riconoscimento conferito dalla fondazione svizzera Equal Salary dopo mesi di studi e valutazioni commissionati alla società di revisione PwC che ha analizzato posizionamenti, mansioni, possibilità di carriera dei 4.285 dipendenti della Ferrari, di cui il 14% donne. Quel che lo studio non dice è che ci voleva un’azienda impegnata nello sport più maschio che ci sia, la F1, per spiegare con i fatti quel che è sotto gli occhi di tutti. E, d’ora in poi, donne e motori non sembrerà più un’offesa maschilista.



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