La sentenza della Cassazione che discolpa il Cavaliere

Anche quella volta erano in cinque, cinque giudici di Cassazione chiamati a mettere la parola fine ad un processo. Anche lì si parlava del tema complesso dei reati tributari, quello che pochi mesi prima aveva portato alla condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale. La differenza è che questi cinque, a differenza di quelli che avevano condannato il Cav, delle norme tributarie erano esperti conoscitori: facevano parte della terza sezione della Suprema Corte, quella specializzata proprio nelle leggi sulle tasse, la sezione cui sarebbe approdato anche il caso Berlusconi se non fosse stato precipitosamente affidato – con l’esito che si sa – alla sezione feriale. E i giudici della terza sezione decisero esattamente il contrario di quello che nell’agosto precedente aveva stabilito la «feriale» presieduta da Antonio Esposito. Non si limitarono a esporre una tesi diversa: no, presero di petto, apertamente, la decisione dei colleghi, accusandoli in sostanza di avere inanellato una serie di strafalcioni dottrinali. Per tre volte, nella sentenza della Terza, il verdetto contro Berlusconi venne citato e fatto a pezzi. Facile immaginare come sarebbe andata a finire se anche il processo per i diritti tv al leader di Forza Italia fosse approdato alla sua sezione naturale.

È questo il processo cui si riferiva due giorni fa Alessio Lanzi, docente universitario e membro laico del Csm, nell’intervista al Giornale, e che viene ricordato ieri anche da Davide Giacalone sull’Huffington Post. La sentenza porta il numero 52752 del 2014, a scriverla fu Amedeo Franco, il giudice che faceva parte anche della sezione feriale che aveva condannato Berlusconi, e che in camera di consiglio si era battuto contro quella decisione anche se alla fine aveva accettato di firmarla. Ora a Franco, morto l’anno scorso, viene rinfacciato di avere rivelato a Berlusconi il suo dissenso, durante due incontri con l’ex premier all’inizio del 2014. Ma in realtà Franco il suo dissenso lo rese noto ben più apertamente scrivendo la nuova sentenza, quella della Terza sezione. Un attacco frontale al collega Esposito e alla sua decisione.

Ma Franco non si trovò isolato, nel suo atto d’accusa. Con lui, in camera di consiglio, c erano quattro magistrati di peso: la presidente, Claudia Squassoni, una veterana della materia; tra gli altri c’era Aldo Aceto, che nel 2019 si candiderà alla presidenza di «Autonomia e Indipendenza», la corrente hard di Piercamillo Davigo. Nessuno di loro si tirò indietro quando nella sentenza si affermò testualmente che la condanna dell’anno prima di Berlusconi era basata su una interpretazione della legge «assolutamente contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte ed al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Roba da matita blu.

Quel giorno la Terza sezione doveva occuparsi di un fascicolo proveniente da Trento, dove la Corte d’Appello aveva condannato un imprenditore per frode fiscale, lo stesso reato contestato a Berlusconi: non solo per l’anno in cui avrebbe messo a bilancio delle fatture gonfiate, ma anche per gli anni successivi, quando l’onere era stato spalmato sui bilanci. Invece per la Terza sezione la frode fiscale è un reato «istantaneo», che si commette solo quando le fatture false vengono messe a bilancio. Per gli anni successivi, si può parlare solo di dichiarazione infedele: che la legge punisce con la metà della pena. Insomma, se Berlusconi fosse finito davanti alla Terza magari lo avrebbero condannato lo stesso: ma niente servizi sociali, niente Severino, niente interdizione. Ma la storia è andata diversamente.



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