La sinistra vuole lottizzare anche la Cassazione

Il primo magistrato d’Italia sarà donna? La sfida si concentra su 2 nomi e il Csm sceglierà domani chi sarà il successore di Giovanni Mammone, in pensione dal 17 luglio, alla presidenza della Cassazione: Margherita Cassano o Pietro Curzio.

Da Palazzo de’ Marescialli si attende un segnale di svolta, uno scatto d’orgoglio per uscire dal fango del caso Palamara. E se, per la prima volta, la poltrona di Primo presidente della Cassazione andasse ad una donna, capace, stimata e indipendente come tutti descrivono l’attuale presidente della Corte di appello di Firenze, sarebbe anche un evento di genere che completerebbe il quadro rosa con Marta Cartabia al vertice della Consulta e Gabriella Palmieri all’Avvocatura dello Stato.

Il sospetto, però, è che anche stavolta prevalgano logiche correntizie e che si voglia tentare un diverso en plein, stavolta rosso, nel comitato di presidenza del Csm. Se al vice di Sergio Mattarella, il dem David Ermini e al procuratore generale di Cassazione, Giovanni Salvi di Magistratura Democratica si affiancasse il collega di corrente Curzio, presidente della sesta sezione civile della Cassazione, il vertice dell’organo di autogoverno della magistratura sarebbe tutto di sinistra.

Domani si vota nell’ormai famosa stanza 42, quella della commissione affari direttivi, citata da Luca Palamara come luogo delle scelte definitive, frutto però ai suoi tempi (recenti) di precedenti accordi tra le correnti più per interessi che per merito.

Per l’ex presidente dell’Anm, indagato a Perugia e sotto procedimento disciplinare, lo scandalo che con lui ha travolto il Csm sarebbe scoppiato ad arte dopo l’accordo della sua corrente, Unicost, con quella moderata, Magistratura indipendente, strappando il patto che prima la legava al cartello di sinistra, Area.

Che le cose siano andate così o no, certo è che la scelta di domani, che andrà in plenum la prossima settimana, potrebbe far aumentare considerevolmente il peso a Palazzo de’ Marescialli di Area. Che ha proposto Curzio (sua la firma della sentenza sulla sospensione di Palamara dalla magistratura) e spera nei voti di Unicost e Autonomia e indipendenza di Davigo. Così sarebbe fuori la Cassano, che peraltro ha tutte le carte in regola, come testimoniano i colleghi che l’hanno vista lavorare a Firenze in piena emergenza Covid o gli avvocati che apprezzano la sua gestione «condivisa» dell’ufficio. Consigliere di Cassazione per 13 anni, membro delle Sezioni Unite ed estensore di importanti sentenze, è l’unica ad avere, dei due requisiti preferenziali indicati dal testo unico per la dirigenza, quello di «rilevanti esperienze ordinamentali», perché dopo l’esperienza al Csm per Mi è stata per 4 anni appunto presidente della corte d’appello fiorentina e del consiglio giudiziario della città.

Curzio ed altri, come Angelo Spirito e Francesco Tirelli, hanno l’altro requisito: presidente di sezione di Cassazione. Dovrebbe voler dire che tutti partono alla pari e che può vincere il migliore. Anche se è donna e se non viene tritata da logiche politico-correntizie.



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