Le fabbriche in Italia rischiano di sparire ma gli unici a difenderle sono gli operai

Non c’è la massa, non c’è ancora la rabbia cieca, quella dei disperati e dei disillusi. Non si sentono i tamburi di guerra, ma c’è paura, preoccupazione e incertezza. C’è un disperato bisogno di avere uno straccio di risposta, qualcosa che non sia una finzione o la giostra di parole dell’imbonitore di governo. I metalmeccanici ieri erano a Piazza del Popolo, con tutte e tre le sigle sindacali: Fiom, Fim e Uilm. Non la folla delle proteste liturgiche del passato, ma un migliaio di persone da post quarantena. Questa volta non è però questione di numeri, ma di messaggi. La discontinuità rispetto al passato è la consapevolezza di quello che veramente c’è in gioco. I sindacati non hanno messo in scena il teatro dello sciopero generale. Non è rappresentazione. È realtà.

La realtà ti dice che molte aziende stanno fallendo e che dal 17 agosto cominceranno i licenziamenti. Non è questione di cattiveria o di avidità. È che se non c’è domanda e non c’è produzione non c’è neppure lavoro. Allora in questa Italia dove si sprecano parole e si parla dell’invisibile e ci si arrampica a una visione virtuale della vita, i metalmeccanici sono rimasti tra i pochi, forse gli ultimi, a difendere la fabbrica.

Sembra quasi un paradosso, ma non lo è. Gli operai ti dicono che l’economia non è certo quella di cento anni fa, quando il fordismo era ancora una rivoluzione. L’economia ora è reti immateriali, servizi, scommesse ardite sulle monete, quotidiane battaglie finanziarie, start up e produzioni circolari, ma il vecchio mondo non è stato archiviato. È lì, resiste e fa campare quasi due milioni di persone e le loro famiglie.

Solo che adesso le prospettive si stanno chiudendo e quello che non si vede è il piano di rilancio. Il rischio è precipitare, a corpo morto, senza un paracadute, senza ammortizzatori sociali, senza soprattutto un’idea di futuro. Ad aprile la produzione metalmeccanica è scesa del 54,6 per cento. È il segno lasciato dalla quarantena, ma la ripresa non sarà veloce. La realtà è che siamo in ginocchio. Il contagio non è colpa del governo, quello che però non si vede è un progetto per rimettersi in piedi. Come ridare slancio alla domanda? Come far ripartire i consumi? Come gestire i licenziamenti? Come far arrivare liquidità alle aziende? Tutto sembra maledettamente vago. Questa incertezza è un veleno per chiunque voglia fare impresa. La maggioranza di governo in questo momento sta discutendo sulla riduzione delle tasse. Il premier Conte parla di riduzione dell’Iva, ma praticamente non ha ricevuto risposte. Gualtieri, ministro dell’Economia, propone il taglio delle tasse sui salari e per le imprese. È un passo importante, ma che va fatto in fretta, sapendo che non sarà facile in Europa far digerire una scelta del genere.

Marco Bentivogli, numero uno dimissionario della Fim, dice: «Senza un cambio di passo siamo spacciati, perché non arriva la cassa integrazione ai lavoratori e neppure c’è la liquidità per le imprese. È un corto circuito che rischia di portare a uno degli autunni più terribili della nostra storia».

L’impressione però è che nel dibattito pubblico non sia questo il tema centrale. È come se dopo la quarantena l’Italia si sia risvegliata con la voglia di rimettere in discussione le radici della civiltà occidentale. Il passato torna protagonista. Ci si divide. Ci si azzuffa. Ci si indigna. Il capitalismo torna ad essere il male di vivere. Solo che con tutti i suoi difetti si fatica a vedere un’alternativa, come modello di produzione e come civiltà. Il reddito di cittadinanza universale, spacciato come soluzione, destinerebbe l’umanità alla schiavitù di Stato. Non è quello che stanno chiedendo i metalmeccanici. Quello che chiedono è non chiudere le fabbriche.



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