Le trame per fermare il centrodestra

Le immagini che dimostrano come l’attuale scenario politico sia un insieme di «accrocchi», sfilano tutti i giorni davanti agli occhi. Il decreto «rilancio» per giorni è stato rimpallato tra la Commissione bilancio di Montecitorio, Palazzo Chigi, il ministero dell’Economia e la Ragioneria dello Stato, dato che per colpa dei mille compromessi tra 5stelle e Pd il decreto ha sforato di 100 milioni. La maratona in Consiglio dei ministri sul decreto «semplificazioni» ha, invece, partorito l’ennesima approvazione «salvo intese», premessa per possibili ripensamenti o rinvii. Tutto questo mentre le previsioni sulla nostra economia si aspettano il precipizio di un Pil che va giù dell’11,2%. Siamo alle solite: come l’amalgama della maggioranza gialloverde è saltata per il diverso Dna di grillini e leghisti, ora, da qui a settembre, quella giallorossa rischia il rigetto perché le culture di governo per quanto riguarda i 5stelle – si fa per dire, per molti versi sono agli antipodi. Sul fronte dell’opposizione non è diverso. Sull’utilizzo del Mes Forza Italia è per il «sì», mentre Fratelli d’Italia e Lega sono per il «no»: cosa avrebbero deciso se avessero governato insieme? E, intanto, proprio queste contraddizioni fanno fantasticare alleanze diverse, nuove sperimentazioni: si va dalla maggioranza «Ursula», dal nome del presidente della Commissione Ue, che dovrebbe raccogliere tutti gli europeisti e un pezzo di grillismo di governo; a quella del «Di Maio figliol prodigo» che aggiungerebbe al centrodestra un pezzo dei 5stelle. Ma, soprattutto, queste contraddizioni sono la prova che le maggioranze di governo non nascono su quello che si dovrebbe fare, ma contro qualcuno: prima erano contro Berlusconi, ora contro Salvini; sull’altro versante, contro i grillini o contro il Pd.

Ieri Federico Fornaro, capogruppo di Leu e maggior esperto di sistemi elettorali in circolazione in Parlamento, ha tirato fuori la legge elettorale cecoslovacca del 1920, ma, lasciando da parte i vezzi intellettuali, per comprendere a cosa serva una legge elettorale, bisognerebbe adottare il metodo empirico e analizzare a memoria tutti i paradossi dell’attuale quadro politico. Partendo da un dato: il sistema elettorale è sempre propedeutico alle alleanze. Non per nulla il centrodestra ancora oggi, non è altro che il frutto dell’intuizione con cui Berlusconi vinse le prime elezioni con il sistema maggioritario in questo Paese nel lontano ’94, alleandosi al Nord con la Lega e al Sud con la destra. Oggi chi punta sul maggioritario punta a riproporre gli schieramenti che si sono contrapposti in Italia nell’ultimo quarto di secolo; chi, invece, sogna il proporzionale ha in mente un quadro politico diverso. Grillini e Pd, ad esempio, sono schierati sul proporzionale perché sono consapevoli, al di là del tanto fumo che si fa sul nuovo partito di Conte, il maggioritario regalerebbe la vittoria al centrodestra. Inoltre sanno benissimo che l’approvazione in tempi brevi di una legge elettorale proporzionale, rimettendo in discussione le strategie di tutti, darebbe fiato a questa legislatura: «l’imperativo categorico confidava ieri il vicesegretario piddino, Andrea Orlando è una legge proporzionale al più presto». Salvini e la Meloni, invece, puntano a un maggioritario (oggi la Meloni presenterà l’ennesimo progetto che prevede un premio di maggioranza per la coalizione che raggiungesse il 40%), per confermare il centrodestra, ma, com’è ovvio, visti i numeri, a guida sovranista. In ultimo ci sono le varie anime del «centro», quelle che vanno da Renzi, a Calenda fino al Cav, che non hanno ancora le idee chiare sulla strategia da perseguire per il futuro. Eppure in questa partita l’ago della bilancia sono loro, come lo potrebbero essere anche domani.

Già, perché la questione di fondo della partita sulla legge elettorale, si gioca tutta qui: o si crea un «rassemblement» di centro, che fonda in un unico soggetto tutti questi «segmenti», creando un soggetto indispensabile per qualsiasi maggioranza, destinato ad essere egemone, ad educare gli estremi, sia nel rapporto con l’area sovranista, che con la sinistra; o si torna, con il maggioritario, agli schieramenti di sempre. «In questo caso noi renziani spiega Michele Anzaldi di Italia Viva rischieremmo di diventare l’Udc di Casini o l’Ncd di Alfano di un ipotetico schieramento giallorosso e Forza Italia di trasformarsi nel Ccd di Mastella nel polo di centrodestra». Insomma, i vari Renzi, Calenda, Forza Italia, si regalerebbero un futuro di «sopravvivenza», ma non di «gloria». Avvolti in questo dilemma «i centrini» fanno di tutto per prendere tempo, a differenza della maggioranza di governo che punta a portare in aula la legge elettorale già il 27 di luglio per approvarla in uno dei rami del Parlamento prima del referendum sulla diminuzione dei parlamentari. Con scopi diversi. Renzi vuole giocare l’argomento anche nei rapporti di forza dentro la coalizione: c’è un numero sterminato di nomine da fare negli enti e nelle aziende di Stato (più di 200); ci sono da decidere le authority e da eleggere le presidenze delle commissioni parlamentari. Gli azzurri, invece, hanno di fronte la prova delle regionali, dove lo schieramento di centrodestra potrebbe sbaragliare gli avversari e, magari, mettere in discussione anche il governo e l’intero quadro politico.

Intanto, però, tutti i segmenti moderati si interrogano sul da farsi, dando vita ad un confronto interno riservato ma vivace. Un convinto proporzionalista, ad esempio, è il plenipotenziario del Cav, Gianni Letta, che soffre l’egemonia salviniana e già la scorsa legislatura aveva accarezzato l’idea di introdurre in Italia una versione del sistema tedesco. C’è, invece, dentro Forza Italia chi si sente garantito (ma con la riduzione dei parlamentari non si sa quanto) nel rapporto con la Lega. E chi punta a salvaguardare in ogni caso, magari solo per nostalgia del passato, l’idea del centrodestra: «Alla fine opteremo per un sistema maggioritario confida Antonio Tajani anche perché questo governo non regge».

Sull’altro versante Renzi osserva ciò che avviene nell’arcipelago centrista. «Io sono per il maggioritario, per una legge che riproponga lo schema del sindaco di Italia – spiega – ma sono laico, non dico no a nulla. Non so cosa voglia Berlusconi o Salvini. È chiaro che per noi il proporzionale ha un senso solo se in prospettiva porta a un rassemblement delle forze che vanno da noi a Forza Italia». Come dovrebbe averlo per Calenda, per la Bonino, o per l’area più liberal di Forza Italia, a cominciare da Carfagna. «Ecco perché nell’area liberaldemocratica chiosa il radicale Riccardo Magi tutti dovrebbero diventare adulti e abolire i personalismi esasperati».

Motivo per cui tutti dovrebbero farsi i conti. Al centro, come a sinistra, visto che una legge proporzionale, seguendo la logica, dovrebbe anche favorire una ricomposizione nella sinistra, tra il Pd e Leu. Solo che nella scelta delle strategie bisogna essere consapevoli che il rapporto tra legge elettorale e alleanze, è uguale a quello che intercorre tra l’uovo e la gallina: non si sa chi arriva prima. Anche se in fondo, Berlusconi docet, si intuisce: è la legge elettorale il seme che favorisce la nascita di scenari diversi. «Per questo non capisco i dubbi di Renzi osserva Orlando, nel ruolo dell’avversario che consiglia : un proporzionale con una soglia di sbarramento potrebbe servigli pure per risolvere il casino che c’è nell’area di centro».



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