Legge elettorale, Pd stoppato Salta lo “scudo” per il premier

Segnatevi questa data, 27 luglio, cerchiatela in rosso, poi fate finta di niente. Capita infatti che per quel giorno Matteo Renzi abbia «altri progetti». La riforma elettorale? Macché. Il patto di governo, cioè un proporzionale da abbinare al taglio dei parlamentari? Ma quando mai. «La priorità della politica deve essere la crescita – sostiene il leader di Italia viva – non un nuovo sistema di voto. Se proprio vogliono, noi siamo per il maggioritario, in modo che la sera si sappia già chi ha vinto e chi ha perso». Il sindaco d’Italia. «Però preferirei vedere il Parlamento discutere di cantieri e non di collegi». Tradotto, Giuseppe stai sereno: un’altra mina sta per scoppiare sotto la sua sedia.
A Conte, impegnato con la ricostruzione e con la difficile trattativa con l’Europa, non mancavano certo i problemi. Bene, ora se ne aggiunge un altro, che si materializza subito dopo il faccia a faccia distensivo con Zingaretti. Prima i dieci comandamenti del segretario Pd sul Mes, ora l’accelerazione sulla riforma, che il Nazareno ha fatto calendarizzare appunto per il 27. Altro che tregua, i dem tentano il blitz. «Questo governo – avverte Emanuele Fiano – esiste perché c’è un accordo, taglio dei parlamentali e nuova legge elettorale. Ne abbiamo discusso per cinque mesi e Iv ha proposto e sottoscritto l’attuale testo. Ora votiamolo in fretta». «Renzi non prosegua la polemica», rincara Zingaretti. Leu si dichiara a favore e Federico D’Inca, ministro M5s, assicura: «Rispetteremo le intese».
Si tratta di un proporzionale con uno sbarramento al cinque per cento, battezzato Germanellum. L’approvazione di un diverso sistema di voto, come è ovvio, avrebbe delle conseguenze sul quadro generale. Potrebbe destabilizzare l’esecutivo, delegittimandolo, favorendo un cambio a Palazzo Chigi. Potrebbe pure rafforzato, nel senso che una riforma allunga la vita alla legislatura, visti i tanti adempimenti successivi: collegi da ridisegnare, leggi attuative da preparare, un complicato iter parlamentare da completare. Se poi aggiungiamo il referendum e il semestre bianco di Mattarella, si finisce al 2023. Di certo il dibattito aumenta le frizioni interne.
«Italia viva era d’accordo – dice il vice capogruppo Pd alla Camera Michele Bordo – il 17 febbraio Renzi ha firmato una nota con noi». E mostra le carte. Nel frattempo però lo scenario è completamente cambiato. Renzi pensava di poter mettere insieme uno schieramento liberal-europeista, invece quel bacino potenziale, dieci per cento, si è diviso tra Iv, Calenda e +Europa. Nessuno di loro al momento può sperare di superare la soglia del 5, e nessuna alleanza tra i tre è prevista. All’ex premier, per restare decisivo, conviene l’attuale Rosatellum. Anche il sindaco d’Italia, dal suo punto di vista, è meglio del Germanellum, che gli riserverebbe solo un modesto diritto di tribuna. Per di più, alla riforma mancherebbe la sponda di Forza Italia. «Davvero il Pd vuole imbarcarsi con i 5s per portare alle Camere alla vigilia del Generale Agosto un proporzionale da Prima Repubblica? – chiede Mariastella Gelmini, capogruppo a Montecitorio – Il Paese ha problemi più urgenti». E Anna Maria Bernini: «Surreale. C’è una sola logica in questa follia, garantire la durata del governo».
Contrarissima la Lega. Per Matteo Salvini «solo il maggioritario garantisce efficienza e stabilità, non questi giochi di Palazzo. Oggi alla manifestazione del centrodestra chiederemo di mettere al centro i problemi del Paese, dal lavoro alle imprese».
Il blitz parte quindi malissimo. «Al Senato non hanno i numeri – dice Roberto Calderoli -. Tranquilli, non andranno lontano. Molti partitini sanno che la loro unica speranza di sopravvivere è il Rosatellum».



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