L’incidente, 10 giorni di coma e poi “ho conquistato il diploma”

di Carla Dini

«Mi hanno detto che ho fatto in tempo a telefonare a un amico, spiegando che stavo male, prima di accasciarmi sul volante. L’auto, proseguendo la sua folle corsa, si è schiantata tra un cancello e un palo, all’altezza della rotonda della Conad». Mentre i pensieri si affastellano, Lorenzo Menicucci, sammarinese di 21 anni, si esprime con pacatezza, quasi come se parlasse di un altro se stesso. «Era il 4 aprile dello scorso anno, ricordo ancora il sole caldo sulla faccia, mentre arrivavo a scuola, l’Einaudi di Viserba. A dirla tutta ero seccato per il ritardo, erano già le 8. Beh, all’epoca ero un ribelle, facevo sempre arrabbiare i professori. Mi dicevano: “hai una gran bella testa, peccato che non la usi”, ma non mi interessava, anche se ero in quinta. In quell’istante stavo rimuginando sull’interrogazione che mi aspettava. È l’ultima cosa che ricordo, perché già prima dello schianto, nella mia mente si è dilatato come un lampo il nulla».

L’emorragia cerebrale

La diagnosi dopo i primi soccorsi è stata terribile: emorragia cerebrale nella parte destra del cervelletto. Condannato a imparare da capo la parola, la coordinazione e il movimento di tutta una sfera del corpo. «Quando a Cesena ho riaperto gli occhi dopo 10 giorni di coma, ero troppo bombardato dai farmaci per chiedermi cosa fosse successo. Solo da metà maggio in poi, quando mi hanno portato in reparto a Cesenatico, ho cominciato a essere presente, a realizzare, anche se la psicologa si era raccomandata di non stressarmi subito». Lorenzo fa una pausa. «Se sono ancora qui lo devo ai miei familiari, mamma Daniela e papà Claude. Ma anche mia sorella Romina non s’è mai arresa: anche se fa due lavori, ha trasmesso grande forza ai nostri genitori. Io non riuscivo neanche a deglutire e tossivo sempre. La tracheotomia mi impediva di esprimermi. Dandosi il turno loro hanno dormito al mio fianco per due mesi arrangiati su una sdraio. Al mattino avevano il viso stanco, non mangiavano nemmeno, ma c’era sempre il sorriso ad accogliermi. Solo una volta la mamma ha pianto. Poi è iniziato un percorso lunghissimo terminato solo l’11 ottobre con il ritorno a casa».

I gruppi di preghiera

La fisioterapia e gli incontri con la logopedista non sono mai cessati, sono solo rallentanti. E in questo cammino Lorenzo non si è mai sentito solo: hanno organizzato gruppi di preghiera ovunque e a San Marino è stata organizzata una festa per raccogliere fondi. «Perché alla fine», spiega, «i miei infatti hanno dovuto affittare una casa a Cesenatico per starmi vicino. Riccardo e Simone, i miei migliori amici sono venuti a trovarmi anche quando non ero cosciente e gli altri compagni, eravamo in 27, superato lo choc iniziale si sono stretti intorno a me in tutti i modi possibili con i miei insegnanti». La differenza, continua, «forse l’ha fatta il mio atteggiamento positivo, non mi sono mai permesso di provar rabbia. Mai avuto scoraggiamenti. Ho festeggiato i 20 anni in corsia. Dopo Natale poi ho ripreso a andar a scuola due giorni a settimana, col deambulatore. Il Covid paradossalmente ha reso le lezioni meno stancanti».

L’esame di maturità

Poi una manciata di giorni fa il traguardo: «L’esame di maturità sostenuto come privatista. Questo diploma non è solo mio, è anche per dare soddisfazione alla mia famiglia. Prepararsi è stato faticoso, non ci ho creduto sempre, ma alla fine ho risposto a quasi tutti i quesiti della Commissione. Dai Malavoglia all’elaborato di grafica, il mio cavallo di battaglia. Quando mi sono alzato dalla sedia mi sentivo leggero». Voto finale? 93. E adesso lo aspetta la cena di classe e il lavoro che ha già ricominciato. «Cosa ho imparato dalla sofferenza? Ad essere più riflessivo. Faccio più caso alle piccole cose adesso, non do nulla per scontato. Posso solo ringraziare per essere ancora qui».


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