Lo chiamano Semplificazioni: anatomia di una scatola vuota

Il Dl semplificazioni è una legge con il punto esclamativo. Nelle slide entusiastiche di Palazzo Chigi si presenta con lo slogan «L’Italia semplice, l’Italia che corre!». A leggere il testo restituisce in realtà una sgradevole sensazione di déjà vù. La bozza della norma, approvata in una forma che è destinata a chissà quanti cambiamenti, arriva buona ultima dopo lo Sblocca cantieri del governo gialloverde, lo Sblocca Italia di Matteo Renzi, il dimenticato piano Colao e il piano Italia veloce del ministro Paola De Micheli che pare costituisca un pezzo centrale della norma, individuando le 130 opere cui assegnare una corsia preferenziale. Peccato che anche i piani precedenti avessero l’ambizione di trovare vie rapide per le opere, ambizioni sempre frustrate.

«Anche perché -commenta l’economista Andrea Giuricin- spesso a bloccare le opere è la mancanza di volontà politica più dei problemi di procedura e dei ricorsi, vedi il caso della Raggi con la Metro C a Roma». Nell’elenco c’è la Tav. «Curiosamente -nota ancora Giuricin- chi diceva ostinatamente no alla Torino-Lione, ora dice sì all’alta velocità ovunque. Ma se secondo loro la tratta Italia-Francia non era giustificata dalle analisi, possibile che lo sia la Roma-Pescara?». La volontà politica resta comunque centrale: il «modello Genova» non è al centro del Dl, ma sarà consentito ricorrere a un commissario straordinario attraverso decisioni della Presidenza del consiglio su ogni singola opera: il che rimanda tutto a una concordia tra le forza di governo che allo stato è una chimera.

La sensazione è che si sia puntato da una parte su un lungo elenco di opere anche locali, spesso già in ballo da anni, dall’altra da una sospensione di alcune regole decisamente timida. Non c’è una riforma di sistema, ma uno stop a tempo. Molte delle deroghe hanno scadenza al 31 luglio 2021. È il caso ad esempio delle verifiche antimafia «provvisoria» consentita fino al 31 luglio 2021. Dopo, si torna al sistema normale. Stessa cosa per l’articolo che elenca un numero limitato di casi per i quali può scattare la sospensione dell’opera che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe andare avanti anche in caso di ricorsi, previsione interessante se risulterà efficace. La facoltà di ricorrere alla forma semplificata della conferenza di servizi scade invece il 31 dicembre 2021. Il fatto di prevedere deroghe temporanee aumenta l’incertezza delle regole, che è tra i principali ostacoli alle opere pubbliche. «Ci sono alcuni spunti interessanti -dice Gabriele Buia, presidente di Ance (costruttori)- ma avrei preferito scelte che indicassero una direzione chiara, invece che norme a tempo»

A incidere davvero potrebbero essere le norme che dribblano le gare d’appalto sui lavori minori più che quelle sulle grandi opere: affidamento diretto per lavori al di sotto dei 150mila euro e procedura negoziata senza bando fino a 5 milioni, ma in base a indagini di mercato (che richiedono tempo) o in base a elenchi (che poche amministrazioni hanno). Si assegna così un maggior potere ai funzionari pubblici, ammorbidendo contemporaneamente il reato di abuso d’ufficio per incidere sulla «paura della firma» e anche il rischio di un’azione della Corte dei conti per danno erariale, che invece aumenta nel caso che il funzionario rallenti l’opera senza motivo. Si introduce la figura di un collegio consultivo tecnico: se il funzionario ne segue le indicazioni, non rischia il danno erariale. «Se queste modifiche le avesse fatte un governo di cui loro non facevano parte -commenta il senatore azzurro Lucio Malan- i 5 Stelle avrebbero parlato di via libera ai ladri o di salva-corrotti. Per il costituzionalista Sabino Cassese, sentito dall’Huffington Post, sono modifiche dalla dubbia efficacia, perché ancora vaghe: «Le figure di reato poco precise si prestano ad abusi».

Del resto, lo stesso governo non dà una stima precisa di impatto sul Pil delle misure. «La faremo a saldo», dice Conte. Tradotto, se il Dl Semplificazioni vale qualcosa, lo scopriremo vivendo.



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