Lodoli, il preside sconfitto a scuola

(ANSA) – ROMA, 03 LUG – MARCO LODOLI, ”IL PRESIDE” (EINAUDI, pp. 92 – 14,00 euro)

In questi tempi difficili in cui la scuola inevitabilmente, visto che riguarda il futuro di un paese, è al centro di discorsi e progetti diversi, tra lezioni a distanza e aule con distanziamento, questo nuovo romanzo breve di Marco Lodoli ha una sua bella valenza metaforica. Protagonista, un preside di 65 anni giunto alla vigilia della pensione che, barricandosi da solo nella sua scuola, l’ultimo giorno dell’anno, finisce per incarnare nella assurda astrattezza del suo gesto l’estrema denuncia contro ogni snaturamento e la difesa della sua tradizione, rifiutandosi di abbandonare la trincea.

Per dare credibilità e qualche forza al suo gesto ha portato con sé il suo fucile da caccia, con in canna una sola cartuccia e, chiuso dentro, si ritrova, cosa non prevista, ad avere due ostaggi, lo studente in tuta della Roma sciocco e ”sincero come tutti i ragazzi” Giorgio Giovanardi sedotto dalla professoressa di diritto Micheli, con cui è rimasto in bagno per un amplesso, sposata e impaurita nel suo tailleur albicocca, la quale ”crede di aver capito tutto lei” e impone la sua materia ”ora dopo ora a un mondo che per lei è tutto alla rovescia”. Fuori dell’edifico in Via Olina, periferia romana di Torre Maura, invece, tanti curiosi, gente tenuta a bada dalla polizia, auto e corpi scelti che pongono l’assedio pronti a intervenire, mentre un commissario ”alto, magro, zigomi caucasici, capelli grigi e ricci” cerca di instaurare un dialogo per trattare e convincere il preside a desistere e uscire.

Pian piano, mentre il tempo passa e sembra debba accadere qualcosa in ogni momento, il preside, io narrante, e preso dai ricordi della propria vita e della propria carriera, passata lottando contro chi non capiva la sua spinta idealistica avversa alle rigidità che creano sofferenza, la sua ricerca di un senso profondo e naturale della vita, i suoi metodi poco ortodossi per liberarsi di procedure e schemi. Per lui la ”scuola deve essere un tempio sfasciato ma sacro dove avvicinarsi al mistero della vita, giorno dopo giorno, prima che la maturità sgretoli definitivamente le sue colonne e cancelli ogni verità”, mentre è un sistema di tubature che servono a incanalare, ”che addomesticano la furia dell’acqua e la rendono utile alla comunità”. Primi fra tutti, a dargli ottusamente addosso, i suoi professori, tanto che dal Ministero una volta avevano vanamente tentato di farlo dimettere, accusandolo di essere ”un esaltato” che vuol’ ‘fare troppo di testa sua”.

Col passare del tempo, quello lì chiuso a scuola e quello astratto della sua vita rivissuta nel ricordo, si va delineando una vita di frustrazioni consumata e giunta a un momento conclusivo e cruciale, a un bilancio di antiche velleità letterarie e di amori anelati ma delusi e perduti, a cominciare da quello con Carola, che dopo vent’anni l’ha abbandonato sentendosi sfiorire come una tigre in gabbia. I ricordi, la realtà, la paura per il futuro buio, tutto finisce per confondersi in questo monologo scritto con bella intensità, come fosse tutto d’un fiato, preciso, leggero eppure opprimente nella sua compattezza, sempre più sospeso tra presente e passato, tra realtà e illusioni. Per Lodoli ”Il preside” conclude un ciclo di dodici romanzi (a partire da ”I fannulloni” del 1989) che potrebbero avere come titolo generale ”I poveri”: un’umanità varia alla ricerca forse solo di un po’ di amore, che sembra ricevano ”un richiamo improvviso da una sfera più vasta, dove il tempo dell’affanno può sciogliersi in un respiro quieto ed eterno”. 


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