Politicamente costretto

Non fanno nulla o comunque non abbastanza – per contrastare il razzismo e l’incitamento all’odio razziale. Con questa accusa aziende di primissimo piano stanno sistematicamente boicottando i principali social media cancellando il loro carburante primario: la pubblicità. L’ultima della lista è un nome assai pesante, ottantottesima nella classifica Forbes dei Fortune 500: Coca-Cola.
La compagnia ha infatti annunciato che non farà pubblicità sui social per almeno 30 giorni. «Non c’è spazio per il razzismo nel mondo e non c’è spazio per il razzismo sui social media», ha dichiarato il presidente e Ceo di Coca-Cola James Quincey in una nota, reclamando maggiore affidabilità e trasparenza.
Sullo sfondo le mobilitazioni del movimento Black Lives Matter intensificatesi in seguito alla morte di George Floyd, per presunto omicidio lo scorso 25 maggio durante l’arresto da parte della polizia di Minneapolis.
La rossa formato lattina non è la prima azienda a prendere posizione sul tema aderendo alla campagna «Stop Hate for Profit» che invita a ritirare le pubblicità da Facebook nel mese di luglio: a oggi sono decine, tra cui i marchi di abbigliamento Patagonia e The North Face, Honda, il colosso Unilever e Verizon. La difesa di Facebook: «Investiamo miliardi di dollari ogni anno per mantenere la nostra comunità sicura e lavoriamo costantemente con esperti esterni per rivedere e aggiornare le nostre policy», per ora sembra non avere convinto.
È il momento del politically correct che dilaga, facendone anche una questione di vocabolario. Il colosso della cosmesi francese L’Oréal ad esempio ha deciso di eliminare termini come «sbiancante» o «schiarente» dalle sue creme da notte, termini che potrebbero risultare controversi. Stessa presa di posizione dalla filiale indiana di Unilever, che pensa di rinominare la crema illuminante per la pelle «Fair & Lovely» (chiara e bella). Secondo la stampa indiana il nuovo nome potrebbe essere «Glow & Lovely», (scintillante e bella). Il gruppo anglo-olandese ci ha tenuto a sottolineare che celebra «tutte le tonalità della pelle». La scorsa settimana infine Johnson & Johnson ha smesso di vendere in Asia e Medio Oriente alcuni prodotti Neutrogena e Clean & Clear, pubblicizzati come «illuminanti delle zone buie» del volto.
Sotto accusa c’è il mito della pelle chiara. Un’ossessione in Asia meridionale, dove la chiarezza della pelle è tradizionalmente sinonimo di benessere e ricchezza: i lavori umili, svolti all’aria aperta, fanno abbronzare. E ancor più radicata in India, dove si inserisce all’interno della complessa gerarchia delle caste indiana. «Stiamo rendendo più inclusivo il nostro portfolio di prodotti per la pelle e vogliamo arrivare all’esaltazione di un ritratto più vario di bellezza», ha precisato Sanjiv Mehta, responsabile di Hindustan Unilever.
Anche il popolarissimo cartone dei Simpson ha deciso di cambiare alcune regole, o meglio di mettersene una: non utilizzerà più attori bianchi per le voci di personaggi di altre origini etniche. Hank Azaria, attore bianco che da sempre doppiava Apu, proprietario del minimarket di origine indiana, lo scorso gennaio ha abbandonato «in accordo con i produttori», gli incarichi: era anche la voce dell’ufficiale di polizia nero Lou e del messicano Bumblebee Man. Da anni del resto ci sono pressioni pubbliche sul personaggio di Apu, considerato stereotipo negativo.
Il mondo corporate ha seguito nelle prese di posizioni personaggi pubblici che a vario titolo si sono schierati contro il razzismo. Star di Hollywood come George Clooney, Arnold Schwarzenegger e Jane Fonda e numerosi sportivi: dall’immenso LeBron James alla giovane promessa del tennista Coco Gauff.
Ma quando si muovono aziende come Coca-Cola e ritirano i finanziamenti, in gioco non c’è più solo la «reputation».



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