Quel velo islamico non è simbolo di libertà

L’immagine va ripescata nel portale storico della Presidenza della Repubblica. Venerdì 21 febbraio 1969. Al Quirinale ci sono Giuseppe Saragat e Sua Altezza Reale la Principessa del Marocco. Non servono i colori alle fotografie per notare un particolare che allora banale non era. La sovrana, neo ambasciatrice in Italia, non indossa alcun velo in testa. Né hijab, né burqa, né chador. Se ne era liberata pochi anni prima, nel 1947, quando aveva tenuto un discorso storico per il Marocco e per l’intero mondo femminile musulmano. Quando il padre Muhammad V andò a Tangeri a chiedere l’indipendenza dalla Francia, la figlia si presentò di fronte alla comunità musulmana conservatrice senza velo in testa e vestita come una moderna donna occidentale. Il suo discorso divenne iconico, ruppe gli schemi. Un messaggio di liberazione che il Time celebrò con la copertina sull’emancipazione delle donne musulmane. Quella principessa si chiamava Lalla Aisha.

Raccontiamo questa storia perché, per chi crede nel destino, l’incrocio di nomi non può essere causale. Decine di anni dopo quel gesto rivoluzionario, infatti, un’altra Aisha ha riportato il dibattito pubblico ancora lì, sull’opportunità di indossare o meno la capertura islamica. Silvia Aisha Romano – così si è voluta chiamare dopo il rapimento in Kenya, la prigionia e la conversione – oggi è tornata a parlare della sua scelta religiosa. “Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossarlo per elevare la mia dignità e il mio onore – ha detto – Perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima”. In sostanza, visto che “il concetto di libertà è soggettivo” (siamo sicuri?) e “per questo è relativo” (ne siamo certi?), Silvia non vuole essere “considerata un oggetto sessuale” e quindi si copre. Scelta ligittima, per carità. Ma da qui trasformare il velo in una icona di libertà ce ne passa.

Se infatti nessuno potrà mai imporre a Silvia di togliere l’hijab, è purtroppo altrettanto vero che in Italia, in Europa e nel mondo esistono (troppi) esempi in cui quello stesso velo simboleggia oppressione. Pensate ai casi di cronaca di figlie uccise, picchiate o rasate a zero perché non vogliono coprirsi. Oppure sfogliate l’album delle immagini della guerra all’Isis, quando le donne siriane hanno gettato via il burqa loro imposto dai tagliagole. Un giorno un Tabligh Eddawa, gruppo radicale operante in Italia, mi disse che Dio chiede alla donna di coprirsi perché “è come una banana: se togli la buccia dopo due giorni diventa marcia”. Posto dunque che quella di Aisha Romano sia stata davvero una decisione “libera”, e non dettata dalla tremenda condizione in cui si trovava, si può definire “scelta autonoma” quella di una ragazza il cui un uomo (marito, padre o figlio che sia) la mette nelle condizioni di sentirti impura se non indossa un hijab? “Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male”, ha detto Atussa Tabrizi, oggi residente in Italia e una volta arrestata dalla polizia morale in Iran perché vestita non adeguatamente. “Nei paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti. La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono”. Ecco perché è sbagliato elevarlo tout court a monumento della libertà, come fatto dalla Romano.

Nel 1994, durante la guerra civile algerina, Katia Bengana venne ammazzata da un islamista con tre colpi di fucile alla testa. Giovane ragazza delle scuole superiori, si era rifiutata di coprirsi nonostante le ripetute minacce. “Giurava che non avrebbe mai portato l’hijab, anche a costo di morire”, raccontò la sorella. Pochi giorni dopo l’hanno trucidata in strada. Allora occorre chiedersi: si può dimenticare il sacrificio Katia, e quello di molte altre, di fronte alle parole odierne della Romano? Certo Silvia ha pieno diritto di vestire come vuole. Ma riconoscere la libertà di indossare il velo non significa trasformare il velo nel simbolo della libertà. Altrimenti faremmo un torto a Katia e alla principessa Aisha.



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