“Sentenza Mediaset pilotata? La ricostruzione è verosimile”

Magari ha ragione Berlusconi, e le due carte sfoderate dai suoi difensori davanti alla Corte europea dei diritti dell’Uomo – le ammissioni del giudice Amedeo Franco e la recente sentenza del tribunale civile di Milano – sono la dimostrazione finale del complotto politico che nel 2013 ha portato alla sua condanna. O magari, chissà, hanno ragione i suoi detrattori, come Magistratura democratca o il Fatto quotidiano, secondo i quali né una prova né l’altra scalfiscono le prove raccolte contro l’imputato e ritenute sufficienti in tre gradi di giudizio. Per sapere chi ha ragione, basterebbe aspettare la decisione della Corte di Strasburgo.

Proprio qui, però, sta il problema. Perché la Corte ha una vecchia, consolidata abitudine: impiegare anni ed anni a emettere le sue decisioni, con il risultato che spesso le sentenze arrivano a cose fatte, quando il condannato ha ormai finito di scontare la pena di cui denuncia l’ingiustizia, o quando le conseguenze che ha patito sono comunque irreversibili. È già accaduto all’ex agente segreto Bruno Contrada, avverrà quasi certamente a Marcello Dell’Utri. Ed è già successo allo stesso Silvio Berlusconi, che vide il suo ricorso contro la legge Severino venire inghiottito dalle brume alsaziane: quando finalmente, dopo un’attesa di cinque anni, venne fissata l’udienza, il Cavaliere aveva ormai finito l’affidamento ai servizi sociali, e preferì rinunciare.

Ora ci sono tutti i presupposti perché si ripeta la stessa scena. Oggi come allora, la Corte presieduta dall’islandese Robert Spano non ha alcuna intenzione di concedere corsie preferenziali al nuovo ricorso di Berlusconi, che così resta affogato nella interminabile lista d’attesa. Incredibilmente, dopo sei anni, la Corte non ha nemmeno notificato gli atti al governo italiano; nè si sa se dovrà occuparsene una sezione ordinaria o, come nel 2018, il fascicolo verrà assegnato alla Grand Chamber: e in quel caso, i tempi si allungheranno ulteriormente. I criteri di precedenza della Cedu sono imperscrutabili, nell’udienza del prossimo 7 luglio verranno discussi ricorsi più vecchi di quello del Cav, che porta il numero 8683/14 (come quello di tre poliziotti bulgari che aspettano da quasi dieci anni) ma anche casi ben più recenti, come quello di quattro contadini maltesi contro l’esproprio dei loro terreni (fascicolo 36318/18).

Misteri della giustizia europea. E poco conta che le novità poste alla base della nuova memoria siano state giudicate attendibili nei giorni scorsi anche da fonti autorevoli: da ultimo ieri il presidente nazionale delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, che interviene duramente come chi, all’interno della magistratura, pretende che la confidenza del giudice Franco a Berlusconi «debba essere valutata solo nel senso che quel giudice fosse sotto ricatto o corrotto, e non anche che abbia potuto raccontare una clamorosa verità». «Questa storia – aggiunge Caiazza – di una vicenda giudiziaria pesantemente orientata alla eliminazione politica di un protagonista della vita pubblica, nessuno ancora sa se sia vera, ma siamo tutti, ma proprio tutti, certi che sia almeno verosimile. Non c’è una sola persona di buon senso, sia tra gli addetti ai lavori che tra la gente comune che, ascoltata la voce (spregiudicatamente registrata) di quel giudice da tutti apprezzato e stimato, possa sinceramente trasecolare di fronte al quadro ed al contesto politico-giudiziario che il giudice Franco ha delineato, e dire: ma di quale assurda follia costui sta parlando?».

Si vedrà se a Strasburgo ascolteranno voci come quella di Caiazza. Ammesso che, prima o poi, si decidano a fissare l’udienza.



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