Tav, Ilva, reddito e Ue: Movimento in retromarcia

Le stelle dei grillini sono cinque, esattamente come le marce delle auto. Ma loro, negli ultimi anni, ne hanno sempre innestata una sola: la retro. L’ultima clamorosa marcia indietro è arrivata ieri sul Ponte Morandi. All’indomani della caduta del viadotto genovese, prima ancora che venissero celebrate le esequie, il tribunale del popolo grillino aveva già trovato il responsabile della tragedia: la famiglia Benetton. Luigi Di Maio – ubriaco di giacobinismo – era arrivato a evocare la «vendetta» nei confronti dei gestori del tratto autostradale e ad annunciare che «chi non vuole revocare le concessioni deve passare sul mio cadavere» (agosto 2018). Di Maio per fortuna gode di ottima salute, ma qualcuno deve avere fatto una maratona sopra di lui. Era solo propaganda elettorale sulla pelle delle 43 vittime, era chiaro a chiunque avesse un minimo di sale in zucca che la decisione di revoca non poteva essere presa sull’onda dell’emotività e, ancor meno, della speculazione politica. Così come era evidente che, come proponevano i pentastellati, trasferire la rete autostradale italiana da Atlantia ad Anas non avrebbe risolto la situazione. I ponti in Italia, purtroppo, continuano a cadere a prescindere da chi ne abbia la responsabilità: come dimostra il collasso nello scorso aprile del ponte di Albiano Magra (sempre in Liguria, fortunatamente senza vittime) gestito da Anas.

Così ieri Vito Crimi, come se non fosse il «leader» dell’azionista di maggioranza dell’esecutivo, ha postato un tweet al veleno: «Il Ponte di Genova non deve essere riconsegnato nelle mani dei Benetton. Questi irresponsabili devono ancora rendere conto di quanto è successo e non dovrebbero gestire le autostrade italiane. Su questo il Movimento non arretra di un millimetro». E, forse, è più da irresponsabili (o forse da ignoranti, cioè da chi non conosce i termini e gli estremi delle situazioni) abbandonarsi sempre a roboanti e demagogici annunci salvo poi rimangiarseli. È lo scotto necessario che pagano gli avvocati del popolo quando si trasformano in avvocati difensori delle proprie carriere e delle proprie poltrone. Non è la prima volta, infatti, che assistiamo a spettacolari cambiamenti di pelle. In tutti i campi. D’altronde, sembra preistoria, erano proprio i grillini a giurare e spergiurare che mai sarebbero stati al governo con la Lega («noi siamo un’altra cosa: un’alleanza con il Carroccio è fantascienza», Roberto Fico, giugno 2017) salvo poi formarvi un anno dopo un governo durato quindici mesi. Stessa manfrina con i decreti sicurezza di Salvini, approvati durante quel governo, e poi finiti nel mirino di Conte («vanno cambiati, sono il primo a pensarlo», Giuseppe Conte, luglio 2019) lo stesso Conte che presiedeva il Consiglio dei ministri che li ha votati. Evidentemente soffre di narcolessia e aveva schiacciato un pisolino durante il Cdm. O più probabilmente ha ritenuto opportuno girare le vele in un’altra direzione. A sinistra. Perché nel frattempo i Cinque Stelle, con un’ennesima olimpionica piroetta, hanno dato vita a un governo con i Democratici e con Renzi. Indovinate un po’ cosa diceva Di Maio pochi mesi prima delle nozze con Zingaretti? «Mai con il partito di Bibbiano, non abbiamo nulla a che spartire con loro» (Luigi Di Maio, luglio 2019). E sugli insulti dei grillini al leader di Italia Viva si potrebbe costruire un’intera antologia: ebetino, ballista, scrofa ferita, buffone sono solo alcuni dei delicatissimi nomignoli affibbiati da Beppe Grillo all’ex premier. Lo stesso canovaccio lo abbiamo visto con Ursula von der Leyen: prima attaccata e poi votata presidente della Commissione europea. Per Sergio Mattarella avevano addirittura chiesto l’impeachment e ora – in una perenne sindrome di Alzheimer politico – lo venerano come un angelo custode. È il canone a Cinque Stelle: dici una cosa per fare sistematicamente l’opposto. Così è stato anche per storici cavalli di battaglia del Movimento: una su tutte la Tav Torino-Lione. I Cinque Stelle erano contrari all’opera ancor prima di diventare un partito politico, eppure l’opera si farà. Così come i Benetton (i nemici di sopra) sono entrati nel salvataggio di Alitalia con un matrimonio suggellato dall’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Così come i due mandati per ogni parlamentare sono diventati magicamente tre, per saziare l’avidità di deputati e senatori. Stesso protocollo per l’Ilva di Taranto. «Mutevole, incostante nelle opinioni, soprattutto politiche», così il dizionario Treccani definisce l’aggettivo camaleontico. Anche se, in realtà, una coerenza di fondo nelle scelte del Movimento c’è: cambiare idea, spostarsi in continuazione per rimanere sempre nello stesso posto. Cioè al potere. Con una serie infinita di inversioni a U. Solo che a forza di infrangere il codice della strada qualcuno ritirerà loro la patente. Molto probabilmente i loro stessi elettori.



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