Vi spiego perché ho espulso Sgarbi

Caro direttore,

si dovrà pur decidere prima o poi se vogliamo riformare davvero la giustizia così come il fisco, la scuola, la burocrazia o usare la crisi del sistema Italia come palcoscenico per le vanità della politica. È la prima riflessione che mi è venuta in mente oggi, leggendo (dopo averlo vissuto) il resoconto sullo scontro d’Aula tra Vittorio Sgarbi e l’on. Giusi Bartolozzi, magistrato in aspettativa eletto nelle liste di Forza Italia, culminato con l’espulsione di Sgarbi e con la scena che tutti hanno visto del deputato portato fuori dall’emiciclo a braccia.

L’espulsione era un atto dovuto da parte mia, peraltro dopo un doppio richiamo: nessuna presidenza, in nessuna legislatura, in nessuna circostanza, può lasciar correre parolacce e insulti volgari pronunciati per interrompere e intimidire chi parla e ben documentati anche dagli atti ufficiali dei resoconti parlamentari, oltre che ascoltati da numerosi testimoni.

Tuttavia non voglio soffermarmi sull’abc dei regolamenti parlamentari (ma soprattutto della normale educazione). Le scrivo, piuttosto, per sottolineare come sia importante, ora che il caso Palamara ha svelato modalità di carriera in magistratura incompatibili con uno Stato di diritto, cogliere l’occasione per sottrarre questo dibattito all’invettiva generica e controproducente. Le antiche denunce sull’uso politico della giustizia, che Forza Italia ha portato avanti per un ventennio, spesso sbeffeggiata e offesa, hanno trovato una plastica dimostrazione nelle frasi contro Matteo Salvini che ricorrono nelle intercettazioni dell’ex presidente dell’Anm. Ma più oltre è emerso un sistema opaco di promozioni e avanzamenti che fa davvero venire i brividi: non oso immaginare l’effetto di quel do ut des sulle inchieste, sui processi, sulle sentenze pronunciate dai diretti interessati.

Non ci serve tuttavia una «Palamaropoli» che demolisca l’intera categoria dei magistrati, come a suo tempo – anche se lo abbiamo scoperto molto dopo mostrò tutti i suoi limiti Tangentopoli, che criminalizzò non solo i corrotti, ma l’intera politica italiana, aprendo le porte al populismo antipolitico che sta demolendo il nostro Paese. Ci serve un cambiamento. Ci serve meno tifo da curva e più riflessione, anche più dialogo con la gran parte degli ottomila magistrati italiani che fanno il loro dovere, spesso corrono rischi, e hanno letto sconcertati come noi quelle parole e quelle intercettazioni.

Personalmente sono stata in prima linea nella denuncia delle inchieste persecutorie aperte per anni contro il fondatore del nostro partito Silvio Berlusconi, mai tirandomi indietro anche sui media contro gli ultras del «partito delle manette» e i guru della giustizia ad personam. Ma ho ben chiara la differenza tra chi strumentalizza queste vicende per visibilità o opportunismo e chi veramente crede nel garantismo e nella giustizia giusta.



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